«Quando stai facendo qualcosa, se non ti stai divertendo significa che stai sbagliando…».
Parola di Frank Miller, genio americano. Tra le superstar della Festa del Cinema di Roma 2021, Miller è quello che probabilmente ha meno l’aspetto della star del cinema. La sua carriera nella settima arte, fra l’altro, ha avuto alcuni alti, ma soprattutto bassi. Eppure, cappellaccio nero, barbetta grigia, sguardo da rocker, il “Keith Richards del fumetto” è stato il personaggio del giorno. Ha incontrato stampa e pubblico, si è concesso ad autografi e fotografie. E, soprattutto, si è mostrato senza filtri nel documentario diretto dalla talentuosa Silenn Thomas, Frank Miller – American Genius, probabilmente il migliore ritratto cinematografico e umano visto a #FF16. Sentito, senza filtri, vivo e appassionato, mai celebrativo. Nel film, Miller racconta la propria passione per i fumetti fin da bambino, nel Vermont, l’urgenza di farli, i primi fallimenti a New York. Poi l’ascesa grazie alla reinvenzione di Daredevil per la Marvel. «Un eroe cieco? Andava sviluppata e amplificata – visivamente – la percezione degli odori e dei sapori, tutto quello che Daredevil poteva sentire…». Infine, Il ritorno del cavaliere oscuro per la DC Comics, che è un po’ la vera nascita dell’artista del Vermont. Si reinventa letteralmente Batman e ne rivela l’aspetto da eroe invecchiato, acciaccato, stanco e disilluso dalla vita. Ha rivelato in conferenza: «Mentre lo realizzavo ascoltavo la voce di Clint Eastwood, mentre graficamente gli ho dato un corpo da Arnold Schwarzenegger…».

 

 

Grazie a quel capolavoro di graphic novel, Miller arriva al successo e all’indipendenza economica e ancor più artistica fino alla personale reinvenzione dei pulp/noir del passato, la saga Sin City. Non è un azzardo dire che Sin City sta al fumetto contemporaneo come Pulp Fiction al cinema postmoderno. E ancora Ronin e 300…Il documentario non censura nulla: il legame con il giornalista di estrema destra Andrew Breitbart, poi interrotto dallo stesso Miller, che manifesta apertamente l’antipatia per Trump. Gli insuccessi cinematografici di Robocop 2 (sceneggiatura) e dell’adattamento di The Spirit dal fumetto dell’amico Will Eisner. Nel documentario si racconta anche l’alcolismo dell’artista. E la difficoltà di ritrovare linee narrative e linee grafiche per il vizio del bere. «Quando hai delle dipendenze mandi tutto a puttane. Non trovi più le direttive che prima avevi in testa…».
Lunga vita a Frank e alla sua arte espressionista, struggente e iperumana.

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