Sono trascorsi ormai molti anni dalla guerra dei Balcani, anzi da quella infinita serie di conflitti che ha dissolto la comunità Jugoslava, che oggi resta solo sui libri di storia come un essere vivente ormai estinto. Una guerra civile crudelissima che sembrava fare riemergere anni di sopite tensioni, di intolleranze, di odi interreligiosi e che ebbe come simbolo la città di Sarajevo, che per anni aveva rappresentato la sintesi di una convivenza tra credi differenti per diventare poi simbolo della devastazione bellica e morale di una intera comunità, testimone dei massacri che il conflitto ha causato lasciando tracce e ferite aperte sicuramente dure a rimarginarsi in fretta. In questa Sarajevo la giovane regista bosniaca Aida Begić ambienta nel 2012 il suo film che in Italia ha assunto il beneaugurante titolo Buon anno Sarajevo, ma il cui titolo originale Djeca in croato significa bambini. Il film diventa quasi un salvagente, un modo necessario per esternare sentimenti segreti sulla cui fitta rete sembra costruirsi il rapporto di Rahima, la protagonista, con il mondo circostante. Il desiderio è quello di allontanare il ricordo della guerra in quel confronto costante con l’inevitabile realtà del presente. Una realtà deteriorata anche moralmente, i bulli, la corruzione del potere, la sua arroganza e il piglio di onnipotenza, sono i segni dentro i quali si leggono evidenti le tracce della tragedia collettiva di cui sembrano sentirsi ancora in lontananza gli echi, in una orchestrazione del sonoro che sembra riecheggiare i boati della guerra. Tutto questo non può non avere mutato per sempre il cuore delle generazioni che hanno avuto la sfortuna di assistere alle brutalità del conflitto e contro tutto questo lotta Rahima con una volontà e una dignità invidiabili.

 

 

Per queste ragioni dicevamo che il film di Aida Begić sembra quasi essere inconsistente. Rahima e il fratello minore hanno perso i genitori durante la guerra. Lei lavora in un ristorante come cuoca e il suo unico scopo è quello di accudire e sorvegliare il fratello che è anche diabetico e soprattutto vittima di bullismo a scuola. Lei, da musulmana osservante, porta il velo. Vive il clima della città e così come la città anche lei fa fatica a ritrovare il giusto passo dopo il trauma. Ecco, Buon anno Sarajevo è un film che nel teorizzare una guerra permanente e infinita, effetto evidente di una lacerazione ancora attuale, mette sotto osservazione quella specie di “convalescenza” dell’anima e dei sentimenti che devono trovare il modo di tornare a restituire i loro effetti per mutare le anime delle persone. Rahima è una persona gentile, attenta, ma non si fa coinvolgere nel sentimento, impegnata come è in quella attenzione verso la casa e il fratello. Eppure sicuramente prova qualcosa per il suo amico che la corteggia e la stima e che le dichiara di non avere più molto tempo visto che non è più giovane per aspettare ancora. È proprio in questa minimalità, anche della messa in scena, dentro la quale si svolgono le poco rilevanti vicende del film che, invece, la storia, in un contrappasso efficace, assume spessore, sembra trovare quella forza segreta che, ove non ci fossero altre giustificazioni a dare scopo alla sua realizzazione, basterebbe questa per ottenere risposta esauriente. Il film diventa una tela che si tesse nel suo stesso svolgersi in quella trasparente e segreta bellezza che lo distingue, in quella sua terapeutica origine il senso profondo della ricerca. La protagonista è un evidente alter-ego della regista. Come la sua Rahima anche Aida Begić sceglie il velo come segno di una adesione completa alla religione alla quale appartiene. Il cinema diventa curativo e Buon anno Sarajevo, in quel tumulto del fine anno durante il quale conosciamo la storia, ma al contempo in un clamore così lontano dalla vita della protagonista, diventa un augurio e un incoraggiamento.

 

 

Film premiato in più occasioni e tra queste al Festival di Pesaro del 2012, sembra essere costruito sui vuoti da riempire, quei vuoti anche fisici della città della quale, nei brevi flashback dai documenti dell’epoca, vediamo distrutta nei suoi edifici e appaiono quasi doloranti perfino le voci di un coro di bambini improvvisato tra le macerie del quartiere. Rahima è silenziosa e testarda nel ricostruire pezzo a pezzo la propria vita, in quell’affannarsi continuo per il lavoro, la casa e il fratello che va in cerca sempre di guai. Il cinema si fa punto di sutura, ricuce i lembi lontani della pelle dei protagonisti e così prova a raccontare come si risolve il dolore che persiste. La storia sembra aprirsi in quel finale buio dentro la nebbia nella passeggiata quasi riconciliatrice che fratello e sorella intraprendono, provando quella normalità così dura da raggiungere nell’inospitale reale che nonostante tutto deve essere affrontato.

 

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