Camerawoman a Kabul: la Berlinale 76 apre con No Good Men di Shahrbanoo Sadat

Shahrbanoo Sadat (c) Alexandra Polina

Nata a Teheran, figlia di rifugiati afghani in Iran dove è cresciuta sino all’adolescenza, quando è tornata nel villaggio di pastori della famiglia. Qui riesce a convincere il padre e i capi a permetterle di frequentare la scuola, riservata ai soli uomini, poi raggiunge la sorella a Kabul e si iscrive all’università, dove per errore viene indirizzata alla facoltà di cinema invece che quella di fisica da lei prescelta… Di lì a Cannes il passo è lungo, ma non per Shahrbanoo Sadat che viene selezionata alla Quinzaine con il suo primo cortometraggio, Vice Versa One, poi entra alla residenza della Cinèfondation di Cannes e il resto è storia: due lungometraggi, Wolf and Sheep e The Orphanage, entrambi visti sulla Croisette, e ora l’apertura della Berlinale 76 con No Good Men, opera indiscutibilmente a tema ma anche chiaramente di cuore, considerata la sua storia personale, incisa sulla sua esperienza di donna afghana alle prese con una società maschile che non molla la presa nemmeno quando finge di adattarsi a un progressimo d’importazione culturale. La protagonista e Naru, unica camerawoman della televisione pubblica di Kabul e a interpretarla è la stessa Shahrbanoo Sadat: siamo nel 2021, ad un passo dal ritiro degli americani dall’Afghanistan, e Naru scalpita negli studi televisivi, cercando il modo per non essere relegata ai programmi per signore. L’occasione giunge quando Qodrat, il più prestigioso giornalista della testata, deve intervistare il capo dei talebani e anche se l’intervista non va bene, prendendo a pretesto il velo non propriamente indossato dalla donna, per Naru l’incontro con il giornalista è l’occasione per scoprire un uomo che è davvero libero da pregiudizi patriarcali nei confronti delle donne.

 

(c) Virginia Surdej (anche foto in apertura)

 
S’innesca così una storia di rispetto reciproco, che lentamente si trasforma anche in una storia d’amore impossibile, perché l’uomo è sposato e anche perché Kabul sta cadendo in mano ai Talebani e siamo ad un passo da quella rocambolesca fuga all’estero degli afghani e soprattutto delle afghane accalcati davanti al recinto dell’aeroporto. Storia che Shahrbanoo Sadat conosce bene per averla vissuta sulla propria pelle, come del resto conosce anche la lotta per affermare le proprie qualità al di là delle questioni di genere. È chiaro che temi, pensieri, esperienze transitano nel film da questa condizione soggettiva di partenza, piace dunque in maniera particolare la torsione romantica che la regista imprime alla storia, accendendo sentimentalmente i valori che uniscono la relazione professionale tra Naru e Qodrat e consegnando No Good Men a un finale alla Casablanca. Se tutto il film funziona infatti in maniera inequivocabilmente a tema, è qui che la vicenda trova una profondità di campo capace di liberare gli schemi. L’assunto di partenza che non ci sia in tutto l’Afghanistan un uomo degno di stima nella prospettiva femminile è dichiarato nel titolo e si rispecchia nell’intero sviluppo delle vicende e delle relazioni. Il confronto tra le relazioni libere e disinibite delle donne e gli schematismi sociali di marca patriarcale che reggono le relazioni tra gli uomini è evidente e al film non avrebbe fatto male sganciarsi maggiormente dalla trattazione palese delle argomentazioni. Si sente un certo bisogno declaratorio nella narrazione, una chiara urgenza di affermazione che trattiene la rappresentazione della realtà e ingabbia drammaturgicamente anche la rievocazione degli eventi. Shahrbanoo Sadat assume si di sé tutto il peso del film e lo gestisce con una lucidità soggettiva encomiabile, alla quale però non avrebbe fatto male l’aggiunta di una prospettiva spiazzata, disancorata dal rigore tematico di base.