Il nuovo Sandokan televisivo fra nostalgia e rinnovamento

Il parallelo più intrigante (sebbene estemporaneo) è quello che si può fare con Goldrake U, con cui la Rai aveva inaugurato il filone delle rivisitazioni all’inizio del 2025: anche con il nuovo Sandokan siamo infatti di fronte a un asset “storico” della programmazione italiana, ripreso per attirare i nostalgici insieme ai nuovi spettatori con la forza mitica dei ricordi e la promessa di una narrazione più moderna. E se il robot spaziale nasceva comunque da un’iniziativa degli arabi, poi abilmente cooptata dalla programmazione nostrana, nel caso della Tigre della Malesia è la Rai stessa (in collaborazione con la Lux Vide della famiglia Bernabei) a scendere in campo con un investimento importante e una produzione in lingua inglese, girata fra l’Italia e Malta. Una fiction formato kolossal insomma, dove, fatta salva la maggiore risonanza che avrebbe meritato il nome di Emilio Salgari (che compare solo in piccolo dopo la sigla), i termini sono in realtà invertiti rispetto al prototipo del 1976 su cui pure le varie discussioni online si sono concentrate, non risparmiando paragoni. Se Sergio Sollima impose allora un taglio cinematografico, girando in Asia e “inventando” di fatto l’icona di Kabir Bedi, segnando così una discontinuità con il più classico format dello “sceneggiato”, stavolta Jan Maria Michelini (che si è formato proprio con i prodotti tv) resta abbastanza fedele ai canoni della “fiction” e si affida a un Can Yaman che già porta in dote il successo con le soap turche che lo hanno reso famoso anche da noi.

 

 
Sandokan versione 2025 è così una serie che, pur sfoggiando i muscoli di una produzione in grado di permettersi galeoni e location esotiche (abilmente ricavate fra Lazio e Calabria), resta affine ai tempi dilatati dei più classici prodotti Rai, con maggiore preminenza del dialogo rispetto all’azione, sebbene l’uso espressivo del ralenti e del digitale – esempio macroscopico l’iconico combattimento con la tigre – contribuisca a mantenere l’impressione di una qualità ben più alta della media. Il nuovo Sandokan è quindi un eroe che parla molto, discute con i compagni e gli oppressi di cui è destinato a diventare il campione e articola una lunga relazione con Marianna, ripensata come donna forte e indipendente, dove l’amore arriverà solo a un certo punto, dopo un percorso di avventura e vita condotto insieme, causa l’evolversi degli eventi. Un personaggio, dunque, più articolato e in divenire, che dovrà scavare nel suo passato e che tara in questo modo l’idea di un racconto di ricostituzione dell’identità, più in linea con i nostri tempi di profonde incertezze e parallelo a quello della stessa fiction rispetto alla programmazione Rai.

 

 
Un’opera in cui le tensioni terzomondiste e militanti di Sollima sono rimodulate in una visione più cristologica e, va aggiunto, anche abbastanza classica, senza troppe possibilità di rispecchiare situazioni odierne. Nel complesso il risultato è appassionante nella resa e nella forza di alcuni personaggi di secondo piano: la Sani di Madeleine Price, volitiva servitrice indigena di Marianna, che sogna di ritrovare il fratello e liberare il suo popolo; il massiccio Sambigliong, interpretato da un Gilberto Gliozzi abilissimo a recitare con la sola fisicità essendo il personaggio privo di voce; l’Emilio di Samuele Segreto, alter ego dello stesso Salgari che in altre circostanze sarebbe stato un perfetto narratore dell’intera storia. E soprattutto lo Yanez di Alessandro Preziosi, ironico e disincantato ex prete che ha perso la fede, che più di tutti si preoccupa di conferire la giusta dose di umanità al suo personaggio.

 

 
Con loro Sandokan riscopre il gusto per i caratteristi in grado di conferire una solida ossatura all’avventura, mentre la storia cerca di riallineare i pezzi per giungere al completamento del disegno, ovvero quello dell’eroe che conosciamo, meno pirata qualsiasi e più Tigre della Malesia. L’esito ha il merito di una sua coerenza che, fra rimandi nostalgici (la sigla cover degli Oliver Onions) e nuove prospettive sulla storia, riesce a trovare un suo approccio in grado di non far apparire stonato il lieto fine rispetto a quello della miniserie originale. Il resto lo dirà comunque il tempo perché, come da prassi nella narrazione odierna, la serie è solo l’antipasto di una programmazione destinata a continuare, con una seconda stagione già fissata per il 2027.

 
Sandokan su Raiplay