Sotto le mentite spoglie del documentario Agent of happiness è un film che si interroga sulla felicità a partire dal racconto di un viaggio insolito, vissuto da una coppia non convenzionale di agenti speciali. Inviati dal regno a intervistare le persone che abitano il Bhutan nelle sue profondità, gente umile legata alla propria terra, il film possiede la capacità di fare emergere contraddizioni e complessità di un paese convinto di poter misurare la felicità con un rigido sistema di controllo costituito da parametri ritenuti oggettivi. Realizzato dalla coppia Arun Bhattarai (lui dal Bhutan) e Dorottya Zurbò (lei dall’Ungheria), il film si propone anche come specchio per ciascuno spettatore interessato a chiedersi cosa riguardi propriamente la felicità: il “consumare”? il “realizzare”? il “desiderare”? Guidati dalle vicende della sgangherata coppia di agenti speciali, a loro volta coinvolti dalla ricerca di felicità e intenzionati a trovare risposta alle proprie domande interiori, il film ha la serietà dell’indagine sociale ma pure la leggerezza della commedia itinerante costituita da momenti grotteschi e drammatici, in bilico tra grazia poetica e polemica politica. Già noto per altri due suoi lavori dedicati al legame tra uomo e territorio bhutanese (The next guardian, Mountain man), Arun Bhattarai (nato nel 1985 a Thimphu, in Bhutan) con sguardo disincantato e ironico non si dimentica dell’umano e interpella lo spettatore a partire dalle cose che contano.

Agent of happiness dialoga con i generi cinematografici a partire dal road movie e stimola l’interesse soprattutto quando sottolinea la presenza invasiva e (in chiave farsesca) degli spot televisivi dedicati alla figura del monarca e alla sua (presunta) visionarietà che traducono uno scarto tra realtà e percezione, povertà e potere, aspettative e realizzazione: quale è la tensione tra passato, presente, futuro e felicità? Da cosa deriva la felicità? Dall’appagamento, cioè dalla possibilità di soddisfare i propri desideri attraverso il possesso di cose, beni, mezzi? Dall’assenza di problemi e sofferenza? Ma una concezione di felicità costruita sull’assenza di problemi e turbamenti e non sulla presenza di reali motivi di felicità, può davvero bastare all’uomo? Se è vero che nessuno può evitare di soffrire, come possono coesistere dolore e felicità? Interrogativi che assumono un significato particolare in Bhutan dove la felicità dei suoi abitanti è considerata parte del prodotto interno lordo, un modo per assicurare che la graduale modernizzazione del paese (ancora quasi impercettibile) non intacchi la spiritualità buddhista.

Con la loro stranezza Amber e Guna, i due funzionari inviati dal regno, alleggeriscono il peso della riflessione promuovendo la loro indagine tra pascoli e montagne, allevamenti e desolazione dove la domanda di felicità si concretizza provocando non poco anche lo spettatore. Il fulcro narrativo diventa Amber, uomo di mezza età che vive ancora con la madre anziana di cui si prende cura amorevolmente; mentre chiede agli altri se sono felici in base al numero di bestie o mezzi di trasporto che possiedono, si accorge di essere in attesa della felicità e dell’amore: è straniero, vuole la nazionalità, sogna di trasferirsi in Australia e viaggiare. Nel frattempo, tra una curva e l’altra, un viaggio in auto con Guna e nuovi incontri, Amber attraversa un paese che viene raccontato a partire dalle storie delle persone che lo abitano: un anziano pastore vedovo che rimpiange il passato perché ora il territorio è pieno di edifici, una ballerina transgender che confessa l’urgenza interiore di dichiarare la propria identità, un ex studente che ha scelto di vivere in campagna, un uomo, le sue tre mogli e i suoi undici figli, una ragazza spaventata dai genitori alcolizzati.

Lo schedario presenta la bellezza di 148 quesiti e pone ciascun intervistato di fronte a un ideale, per quanto riduttivo, bilancio esistenziale. Al contempo, la semplicità, l’umiltà e la povertà che definiscono queste persone e le loro condizioni esistenziali, fanno emergere la tenacia di un popolo che, seriamente, conduce una vita dignitosa ma non per questo è felice. Non arrivano facili risposte, anzi. L’opera lascia lo spettatore di fronte a una serie di non detti, silenzi, vuoti che vogliono espandere il senso dell’indagine condotta dai due funzionari all’interno della vicenda, ma anche dai due registi, all’esterno del film. Attraverso il dialogo persistente tra figure umane e natura, elementi antropici e paesaggi ancestrali, si mette in discussione non solo l’idea stessa di felicità ma pure la possibilità che questa possa diventare immagine da fotografare e immortalare, fissare in uno sguardo. Qualcosa di analogo visto altrove tanto in Lunana – Il villaggio alla fine del mondo, quanto in C’era una volta in Bhutan (entrambi di Pawo Choyning Dorji).


