Garance, nell’ufficio della gendarmeria locale, spiega al giovane agente l’inutile ricerca fatta da lei e dal padre per trovare il fidanzato Mehdi sparito senza lasciare traccia e la seguente chiamata alla gendarmeria di fronte all’impossibilità di rintracciarlo. Parla, centellina le frasi, l’emozione prende il sopravvento, le lacrime iniziano a sgorgare, si interrompe, l’agente va a cercare dei fazzoletti, mentre l’espressione intensa sul volto di Garance cambia, al pianto si sostituisce un sorriso e infine, guardando in macchina, una risata forte, quasi un urlo, un istante di deflagrazione subito interrotto dal montaggio, dallo stacco a nero. In realtà, Garance ha recitato. Accade nella scena finale de La festa è finita! (titolo originale Classe moyenne), nuovo lungometraggio del regista francese Antony Cordier. Ed è una scena che contiene e sintetizza tutto quanto successo in precedenza nel corso di giornate estive nella lussuosa dimora di vacanza immersa nel verde – pressoché unico set del film – di un’agiata coppia parigina. Fa esplodere, quella scena, l’inganno, così come l’autoinganno, la simulazione, che ciascun personaggio, ognuno con le sue tattiche, attua per districarsi all’interno di una situazione scena dopo scena sempre meno gestibile e destinata a deflagrare – oppure a ricomporsi nella messa in atto di una serie di compromessi e di “contrattazioni” ideate in maniera sempre più cinica e spregiudicata al fine di uscire da un’impasse dove chiunque sta declinando il peggio di sé.

Al centro del conflitto, che si trasforma in sfida aperta fino all’eccesso (perché il film adotta l’eccesso come narrazione più che come stile), ci sono due famiglie e un intruso. Da una parte, i Trousselard, proprietari della villa: Philippe (Laurent Lafitte), avvocato; la moglie Laurence de Préville (Élodie Bouchez), attrice in declino che cerca di ricominciare dal teatro; la figlia Garance (Noée Abita) che, come la madre, vorrebbe fare l’attrice non esitando a ricorrere a menzogne. Dall’altra, gli Azizi, custodi che vivono in una dépendance (lo spazio di quella proprietà è immenso) e si occupano di tutte le faccende: Tony (Ramzy Bedia), di origine algerina; la moglie Nadine (Laure Calamy), la figlia Marylou (Mahia Zrouki), di poco più giovane di Noée. “In mezzo”, ospite di quella vacanza, c’è Mehdi (Sami Outalbali), fidanzato di Noée, non ricco, anche lui avvocato ma agli inizi di una carriera che senza la “spinta” giusta potrebbe rivelarsi ardua. Film corale, dunque, La festa è finita!, nel quale i personaggi entrano e escono di scena in quella che si rivela la rappresentazione “teatrale” di uno scontro di classe senza esclusione di colpi in un crescendo di follia che si esprime tramite la commedia nera, il grottesco, la pochade, sfiorando il pulp e il western.

Tutti contro tutti. Le questioni sociali (rapporti di classe, potere e subordinazione, ribellione alla sottomissione e esibizione della ricchezza, corruzione e ricatti, lavoro nero e dignità) sono esplorate da Cordier non seguendo la strada del realismo bensì quella del cinema di genere con tanto di armi che appaiono (e una di esse, ma con pallottole di gomma, porterà alla tragedia, a una morte ridicola, a un cadavere che, tutti d’accordo, benestanti e proletari, pur di salvarsi in un gioco delle parti sempre più in sovrapposizione, dovrà essere “manipolato”), di sfide, di oggetti distrutti, di pestaggi, di riconciliazioni. Mehdi è il personaggio che, da un certo punto, dovrà mediare quella faida che va e viene tra gli interni della villa e quelli della casa dei custodi, la campagna, la piscina. E pagherà un prezzo alto proprio nel momento in cui le cose sembravano appianarsi senza ulteriori traumi. D’altronde, era il “segno” della diversità, anche se neppure lui immune dal ricorrere a stratagemmi, nel mezzo di uno scontro a colpi di parole e di gesti. Non siamo dalle parti del capolavoro di Roman Polanski The Palace (per rimanere a un titolo recente che mette alla berlina con crudeltà macabra le maschere sociali), ma di un cinema che con una certa leggerezza di sguardo, anche quando compone le scene più sopra le righe, delinea derive di relazioni e gerarchie sociali con la complicità di un ottimo cast capace di sostenere l’inganno, l’autoinganno, la simulazione espanse.


