La paternità assente in Una stanza tutta per sé, di Matan Yair

Il titolo del film richiama alla mente e con immediatezza esplicita il romanzo-saggio di Virginia Woolf con il quale la scrittrice inglese, nel suo romanzare protofemminista esplorava la scrittura al femminile con l’intenzione di farla rientrare a pieno titolo nella sfera di influenza della letteratura mondiale. In questa direzione anche il titolo del saggio rivendicava una indipendenza economica e uno spazio esclusivo per ottenere il meglio dalla sperimentazione letteraria. Anche Uri, il protagonista del film di Matan Yair, è alla ricerca di una sua collocazione nel mondo, ma, al contrario dell’auspicato isolamento di Virginia Woolf, lo smarrimento giovanile di Uri, che ha 17 anni, deriva dal disgregarsi dei rapporti familiari. I genitori si separano e il padre va a vivere altrove, la sorella, militare dell’esercito, crea conflitti e vive in casa con il suo ragazzo e Uri dorme con la madre in una intimità non consueta. Smarrito a scuola e incapace di relazioni costanti, ha un rapporto altalenante con il suo professore di educazione fisica. Non parteciperà al viaggio in Polonia per la visita ad un campo di concentramento nazista per ricordare la Shoa poiché non porterà la firma di autorizzazione del padre. Il film è dunque il ritratto sbilenco di un giovane israeliano alle soglie di una maturità senza maturazione e di una incertezza dovuta ad una gioventù che, nel suo caso, non sa esprimersi con i toni accesi di un aspirante soldato. Uri infatti denuncia sin dall’incipit la sua incapacità ad entrare nell’esercito, si fa troppe domande che restano senza risposta e poche le risposte che gli adulti gli sanno dare.

 

 

In questa ricerca di un baricentro però il film sembra restare a pelo d’acqua, in quella superficie visibile che non fa intravedere laddove il cinema, invece, dovrebbe provare a scavare. Matan Yair si compiace del suo assunto e osserva senza ricercare ed è così che Uri sembra camminare in un vuoto dove non c’è neppure la memoria dell’Olocausto, che non ha colpito la famiglia del giovane protagonista. Le note di regia ci informano del tratto fortemente autobiografico del film che ricalca, con le parole del regista, la sua esperienza giovanile del tutto simile a quella di Uri, ma il film sembra soffrire di questa forse eccessiva sovrapposizione tra una verità personale e un tratto drammaturgico che ne sappia dispiegare le potenzialità narrative. Questa mutazione non sembra esserci e il racconto dello smarrimento giovanile del protagonista – non il primo in verità che si vede sullo schermo – al netto di ogni originalità soffre di una carenza drammaturgica, di una invenzione che riporti la materia dentro una più netta adesione drammatica. Da qui l’andamento altalenante che sembra caratterizzare il film che trova i suoi momenti più felici quando descrive con una pacata sensibilità e un profondo senso dei sentimenti il rapporto franco e aperto che Uri ha con la madre, i bagni quotidiani a mare, il legame che non ha bisogno di parole.

 

 

Uri non sembra avere bisogno di quella stanza tutta per sé del titolo, è solo la sorella che glielo suggerisce, il maschio di casa con la sua grinta da soldato e le sue certezze colorate dalla vita militare. Ma ancora una volta, ritroviamo in un film dell’area mediorientale, come già in Mediterranean fever, un personaggio, il padre di Uri, fragile e scontento, sensibile, ma al tempo stesso incapace di dare soluzione ad un suo silenzio che coincide con un rifiuto del presente e delle dinamiche familiari, relegato ad una solitudine che anche per Uri è difficile scalfire. Ma è proprio il giovane figlio a violare l’isolamento paterno nel quale, forse, in fondo, si riflette anche il suo stato d’animo e la sua appartenenza ad una famiglia in bilico tra sentimenti non espressi e forti legami sotterranei, il tratto più invisibile, ma anche più intenso del film. Un racconto forse non del tutto a fuoco, ma in fondo è così anche la vita di Uri, stretto tra una famiglia che si divide e una assenza di padri. Forse in questa mancanza Yair adombra una più generale condizione del Paese che ha un diffuso desiderio di esercito, simbolo di una autorità impositiva, di una disciplina superiore che a sua volta diventa surroga di quella paternità assente che Uri cerca e non sa trovare.