La stop-motion che illumina il buio: Tony, Shelly e la luce magica, di Filip Pošivač

Animatore, illustratore e designer della Repubblica Ceca, ma soprattutto innamorato della stop-motion con i pupazzi della tradizione nazionale (con particolare riferimento al maestro del genere, Jiri Trnka), Filip Pošivač dimostra con questo suo primo lungometraggio di avere le idee chiare rispetto al come intende collocarsi nella scena dell’animazione contemporanea. Lo sguardo è rivolto al passato ma non è nostalgico, per quanto cerchi di affrancarsi dalla perfezione un po’ asettica di matrice hollywoodiana lasciando respirare le sue figure di pura artigianalità (a iniziare proprio dai pupazzi, realizzati con materiali di uso quotidiano). Tony, Shelly e la luce magica, coprodotto con Slovacchia e Ungheria, premiato ad Annecy, a Sitges e passato in Italia anche a Giffoni, è per questo un’opera che si riconosce nei suoi due protagonisti, un bambino nato con la pelle luminosa e tenuto perciò alla corda (letteralmente!) dai genitori affinché non esca di casa; e la giovanissima figlia di un’attrice decaduta che spende la propria frustrazione tra continui traslochi, lasciandola sola a immaginare mondi con la luce della sua torcia elettrica.

 

 
Due personaggi dunque perennemente fuori posto, anche e soprattutto considerando il condominio in cui si incontrano, una realtà fatta di pettegolezzi e malumori incarnati dal misterioso spirito del palazzo, un tempo luminoso, oggi ridotto a un ammasso di fuliggine dopo aver respirato i malesseri degli inquilini. La missione di Pošivač all’insegna della bellezza si articola perciò attraverso dicotomie abbastanza immediate tra la luce e il buio, il recupero di uno sguardo fanciullo e il cinismo degli adulti, pur con qualche elemento trasversale (il grigio custode del palazzo che però conosce la verità sul luogo o la pestifera figlia dei vicini). E se i design appaiono abbastanza semplici, l’esaltante palette cromatica ravviva gli ambienti attraverso fantasmagorie di colori in grado di catturare golosamente lo sguardo, che diventano la porta di accesso ai mondi di volta in volta immaginati e vissuti dai due protagonisti.

 

 
Tony e Shelly si ritrovano perciò senza soluzione di continuità in universi fantastici fatti di cunicoli, ambienti sottomarini e locali familiari la cui spazialità viene continuamente reinventata. La natura fuori posto dei due diventa così una chiave d’accesso a differenti possibilità che provocano slittamenti di senso e ricollocano i comprimari favorendo nuove alleanze e rendendo le loro debolezze esattamente ciò di cui quel luogo e quel mondo dimostrerà di aver bisogno per assicurare la vittoria della luce sul buio. Nel complesso, il film non si allarga mai troppo dalla destinazione puramente infantile, mantenendo la conflittualità su un livello molto esemplificato, ma l’abnegazione con cui l’autore persegue la sua idea trasmette un coinvolgimento contagioso, che permette di attendere con curiosità i suoi progetti futuri: primo fra tutti il secondo lungometraggio, The Axolotls, con protagonisti due animali dell’omonima specie anfibia impegnati in un altro viaggio in mondi fantastici, al momento nella fase di reperimento fondi.