L’aria di sconfitta come dominante grigia in La mia ombra è tua di Eugenio Cappuccio

Guardando il nuovo frutto della commedia italiana viene da pensare che davvero il cinema italiano soffra di una profonda crisi di idee in un continuo adagiarsi su consumati standard che da tempo, nonostante tutto, mostrano la corda. La mia ombra è tua (titolo che è una citazione di Sotto il vulcano di Malcom Lowry, tratto dall’omonimo romanzo di Nesi che cofirma anche la sceneggiatura) è l’ultima prova di regia di Eugenio Cappuccio, che cominciò la sua carriera con Il caricatore, film del 1996 co-diretto con Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata. Ne è passato di tempo da allora e i tre dopo un altro film insieme (La vita è una sola) presero strade diverse e oggi Cappuccio approda a questa commedia generazionale presentata in anteprima al Festival di Taormina. Emiliano De Vito (Giuseppe Maggio), orfano di padre, venticinquenne spiantato afflitto da malocclusione, vive con la madre sognatrice e forse è innamorato di Allegra che gli rimprovera l’incapacità di sapersi inventare la vita. Un giorno il suo professore dell’università, Monanni (Claudio Bigagli), gli propone di diventare una specie di assistente di Vittorio Vezzosi (Marco Giallini), già scrittore di un libro che si intitolava I lupi dentro che si vocifera avrà un seguito. Il libro era stato edito dallo stesso Monanni, che spera di ripetere il successo del passato. Il resto si immagina: l’incontro-scontro tra il giovane Emiliano, che Vezzosi chiamerà Zapata, e il disilluso cinico, smarrito e ingrigito scrittore senza futuro, ma ancora innamorato della sua antica fiamma Milena (Isabella Ferrari), ripetendo e provando ad aggiornare un cliché che viaggia tranquillo e indisturbato dai tempi de Il sorpasso e mostra ancora una volta il suo già visto e già sentito.

 

 

Commedia generazionale dunque che non ci racconta nulla di nuovo e purtroppo non riesce a sfruttare a dovere neppure gli spunti divertenti che affida al mondo invasivo della rete dominato da influencer onnipresenti e una platea osannante alla ricerca del mito da invidiare, copiare, amare, obbedire e tradire. Ma tutto appare perfino superficiale, minimale tanto da restare a fior di pelle e come il resto, purtroppo, anche questo spunto non graffia, non lascia il segno, finendo per diventare orpello narrativo e non espediente interpretativo del presente. Né, d’altra parte funziona neppure a dovere, se non nei limiti di un collaudato stereotipo, il rapporto padre-figlio che necessariamente si percepisce in una storia come questa in cui l’ombra del padre scomparso in giovane età viene istintivamente sostituita dalla forte e pervasiva personalità dello scrittore solitario. Giallini, con il suo solito aplomb, sa gestire il suo personaggio che riflette la sua stessa identità ed è davvero piacevole seguirlo, ma fino ad un certo punto, fino a quando cioè lo spettatore comprende di non essere più spiazzato da ciò che guarda sullo schermo, ma di conoscere già le risposte a tutte le domande, le reazioni ad ogni azione, il che purtroppo accade troppo presto. In La mia ombra è tua si respira una generale aria di sconfitta, di incapacità a mutare il corso della propria vita, in altre parole il film sembra posseduto da una dominante grigia che diventa il suo carattere. Anche il personaggio di Emiliano, uno sconfitto perdente in partenza, vince solo perché Vezzosi ad un certo punto scompare lasciandogli il campo aperto. Quello del film è davvero forse un cinema dei nostri tempi, del tutto incapace di generare pulsioni, sembrano tutte già digerite, anche quelle sessuali, un cinema chiuso in un bozzolo, come costantemente ricorda di sé stesso il protagonista. Da un bozzolo non si vede il mondo e La mia ombra è tua non guarda né il mondo, né al mondo, ma guarda solo sé stesso, ripiegandosi, purtroppo, e frantumandosi in una visione discontinua e incespicante. Ultima notazione, I lupi dentro è anche il titolo di uno straordinario, ma dimenticato film fluviale di Raffaele Andreassi che raccontava della gente e dei luoghi del Po. Chissà perché il fantomatico libro di Vittorio Vezzosi ha lo stesso titolo?