Avvicinare il meraviglioso e rendere visibile l’oscurità. Di questo si nutre The Vast of Night, opera prima di Andrew Patterson, film scritto da James Montague e Craig W. Sanger. Presentato al Toronto International Film Festival e in anteprima allo Slamdance Film Festival 2019, dove ha vinto il premio del pubblico come miglior film narrativo, si tratta di una calibrata operazione sci-fi in chiave vintage, modernissima per come insiste con intelligenza nel rievocare il mito di Ai confini della realtà, nel farsi specchio delle paure dell’individuo e nel ricollocare le convinzioni dello spettatore sull’insolita strada di un genere ribaltato nei suoi connotati tradizionali. Finale escluso, la dimensione spettacolare a effetto speciale è accantonata in funzione di un coraggioso uso del linguaggio cinematografico teso a esaltare con frequenti long-take gli affetti innervati dalle angosce, dalle paure, dalle ombre che si dipanano nel buio della notte. Se da una parte convince la minuziosa ricostruzione storica, non di meno dall’altra risulta sorprendente la capacità affabulatoria di un racconto proiettato tutto a estendere l’attesa, la suspense, il bluff della finzione e a fare i conti con lo scorrere del tempo e le inquietudini del (nostro) presente.

 

 

Cayuga, New Mexico, anni 50. Mentre tutta la cittadina si reca al palazzetto ad assistere a un incontro di pallacanestro, la giovane centralinista Fay (Sierra McCormick) riceve una strana chiamata nella quale sente un misterioso segnale radio. Per fare chiarezza decide di coinvolgere il suo amico e DJ Everett (Jake Horowitz) che trasmette in radio il segnale, in attesa che qualcuno possa fornire una risposta. Prima la telefonata di Billy, poi un blackout, poi altre allarmanti testimonianze e così si scatena l’indagine che li condurrà lontano. La verità è la fuori, bisogna soltanto tenere gli occhi spalancati. Il film di Patterson instaura con lo spettatore un patto straordinario: l’occhio insegue e si intrufola, si spinge in avanti e frena, inciampa, torna indietro e si interroga. The Vast of Night è un film sullo sguardo che viene interpellato ma anche un film sulla parola, sul suono, sul rumore, su lunghi dialoghi che disturbano ma trainano il racconto verso la fine, con gli occhi alzati verso il cielo. Non a caso lo stesso Patterson ha dichiarato che era sua intenzione creare una sorta di film-podcast che si potesse anche solo ascoltare. Ma è proprio nella cesura tra pieni e vuoti che The Vast of Night dimostra il suo carattere: Patterson è abile a gestire il ritmo della narrazione alzando e abbassando la temperatura emotiva, alternando l’esasperante densità e la fissità di certe inquadrature al frenetico e incalzante dinamismo di certi movimenti della macchina da presa, così come è ispirato quando, tra una strada deserta e un neon, guarda all’opera di Hopper, i cui lavori hanno contribuito a cesellare una precisa idea di America, solitaria e perturbante. Alla fine non c’è spazio per la malinconia. Resta solo l’attrazione stupefacente per un’immagine indimenticabile.

 

 

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