L’invisibile disperazione in Lavoreremo da grandi, di Antonio Albanese

E abbiamo l’aria di chi vive a caso
(da Tra palco e realtà, di Luciano Ligabue)

 

Guardando il nuovo film di Antonio Albanese viene da pensare al titolo della canzone di Luciano Ligabue Tra palco e realtà, per lui musicista innamorato della provincia e delle sue piccole perversioni. Qui il richiamo è forse anche più profondo e riguarda l’invenzione di una storia legata ad una realtà evidente, ma al contempo dal netto gusto quasi onirico, forse sonnambolico, con quel suo svilupparsi nell’arco di una notte tra presunti omicidi e inattesi personaggi che appaiono come figure spettrali venute fuori da un sogno inquieto. Il registro è quello della rivisitazione di modelli conclamati tra commedia degli equivoci e marginale rappresentazione malinconica di un mondo interiore fatto di piccoli fallimenti e desideri inappagati, dove si percepisce il senso di una vita sbagliata, di matrimoni senza amore e vissuta secondo regole inadeguate. È così che la costruzione voluta della scrittura dà vita a questi personaggi che restano ideali maschere della provincia, divisa tra la rappresentazione del palcoscenico con la sua verità irreale ma funzionale alla scena, tra cadaveri che non esistono e prostitute amorose, e poi la verità di una realtà che diventa effettiva, ma disfunzionale con le mogli separate fedifraghe e l’incapacità di tutti di diventare adulti. La fuga perenne da questa condizione spinge i quattro personaggi dentro il mondo notturno ed evanescente, falso e forse però confortante. Uno scenario già rodato, in verità che svanisce sempre al mattino sfumando e diventando memoria come con il riaccendersi delle luci in sala.

 

 
Umberto (Antonio Albanese) è un musicista dodecafonico che tiene nella sua sala dove crea la musica un poster di Schoenberg, ma le sue musiche atonali non sfondano, Beppe (Giuseppe Battiston) fa l’idraulico, ma è l’unico idraulico che non ha fatto i soldi e la madre lo opprime e lo controlla, Toni (Niccolò Ferrero) il figlio di Umberto è un avanzo di galera, come gli dice la sorella disinibita e senza peli sulla lingua, innamorata di un improbabile rapper con parrucca color carota, Gigi (Nicola Rignanese) il dormiente, che trova che il lavoro sia squalificante e sperando nell’eredità della vecchia zia scoprirà che gli ha lasciato solo le parrucche e i trucchi devolvendo tutto il resto alla chiesa. Una sera, dopo una delle tante bevute, tornando a casa i quattro amici – ma Gigi è sprofondato in un sonno senza fine dopo una mistura di alcol e tranquillanti – investono qualcuno o qualcosa. Dopo ricerche e sensi di colpa scoprono che hanno investito Mattias un personaggio stralunato del paese, che convive con una severa e insopportabile tedesca. La notte continua a svelare misteri e i quattro ritroveranno e perderanno Mattias. La notte sarà concitata e piena di equivoci e apparizioni, in un’altalena di passato e presente, di finzione e realtà. Antonio Albanese regista da sempre offre al suo pubblico una faccia e una presa sul presente che è ben differente dall’Antonio Albanese comico, che spazia dai suoi primi personaggi afflitti da un disagio sociale che diventava rivalsa (Alex Drastico e Epifanio), per approdare a quelli successivi che diventavano rappresentativi di una crisi di valori strisciante (i personaggi di Su la testa), per giungere all’onorevole Cetto Laqualunque che ha sbaragliato ogni politicamente corretto superando all’epoca perfino ogni riferimento al reale e diventato oggi già archeologia, tanto il tempo corre veloce, e quindi pensionato per sempre poiché già inadeguato per i tempi che viviamo.

 

 
Il regista invece prova a raccontare da sempre un mondo gentile nel quale trovare una dimensione diversa da quella che viviamo, diventando il cinema quasi un rifugio, un mondo adeguato per i suoi personaggi, legati ad una idealità quasi favolistica ad eccezione di Cento domeniche nel quale il tema sociale ci riporta dentro coordinate che meritano tre colonne in cronaca. Anche questo Lavoreremo da gradi rientra nelle corde di Albanese regista, con la sua variegata e fallita umanità, tanto surreale da diventare quasi archetipica di un mondo di provincia, personaggi che hanno del letterario, ereditati da un cinema di confine, tra cui quello del mai dimenticato Carlo Mazzacurati che si sarebbe trovato a proprio agio in questa storia notturna, sognante, strampalata e piena di imprevisti. È in questo clima tra il febbrile e l’onirico che si sviluppa la storia che ha piuttosto l’aspetto di un incubo, l’andamento di una incursione dentro una realtà che sembra animarsi dopo la rottura dello specchio e forse necessiterebbe di una lettura psicanalitica con la sua struttura simbolica che sa dare forma esteriore ad una narrazione tutta interiore. È questo il profilo più interessante del film, che per altro verso soffre invece di un alterno calo di ritmo che influisce sulla sua scorrevolezza narrativa, restando a volte in mezzo al guado tra commedia e dramma, tra desiderio di strappare una risata e l’altro di scandagliare seriamente la condizione interiore dei personaggi incapaci di risollevarsi dagli errori. Albanese accoglie questi personaggi nel proprio mondo e il suo cinema, nel quale il dramma fa sempre da sfondo, è popolato da adulti afflitti dalla sindrome di Peter Pan. Anche Lavoreremo da grandi non si allontana da questi caratteri e pur con i suoi difetti, quei personaggi restano anime che sanno mascherare l’invisibile disperazione in quella eterna adolescenza forzata e conservano quell’aria di chi vive a caso.