Non ci si vede, non siamo qui, siamo altrove. 

Esistere. Non esistere. 

A quei tempi.

Qui.

 

Dopo Non è sogno, realizzato con i detenuti del carcere di Capanne, e Del ritorno, film focalizzato sulle memorie di un sopravvissuto di Mauthausen, con Dal pianeta degli umani Giovanni Cioni prosegue la personale esplorazione dell’essere umano inquadrato attraverso le sue chiusure, i suoi fantasmi interiori, le sue contraddizioni, specchio di una condizione vertiginosa in bilico tra sogno e realtà, incubo e disincanto. Un sopralluogo nel silenzio della frontiera di Ventimiglia, tra Italia e Francia, diventa una fiaba fantastica, narrata da un coro di rane, in cui uno scienziato sperimenta una cura di ringiovanimento con testicoli di scimmie. Il dottor Voronoff è esistito, negli anni 1920 la sua fama fu planetaria. Poi l’oblio. Dal pianeta degli umani è fatto di gabbie e suoni, mostri e confini, rane e scimmie, si nutre della voce narrante del regista che assembla con tono poetico, a tratti malinconico e greve, un racconto ibrido in cui le immagini della frontiera di Ventimiglia e, soprattutto, del “sentiero della morte” si sovrappongono con continue dissolvenze con quelle di repertorio che mettono in scena la storia del Dottor Voronoff generando così un immaginario profondo e inquietante che mescola il mito della frontiera e della riviera alle piccole, grandi, storie di sopravvivenza. Un film capace di fondere finzione e realtà, di recuperare la curiosa storia di Voroneff, la cui villa sorgeva proprio sul sentiero, e restituire allo spettatore una riflessione ampia e molto autentica sul senso del vivere e del morire. Frammenti di memoria che entrano nell’occhio come schegge lanciate dal passato, senza lasciare traccia; ombre di fantasmi, segni fangosi, precipizi, echi di un presente in cui si attende un approdo, di un avvenire alla ricerca di qualcosa e di qualcuno per cui valga la pena attraversare. Vivere o morire, di questo si tratta, come ha dichiarato Cioni nelle note di regia: «Ogni giorno, ogni notte, i migranti tentano il passaggio. Vengono fermati, respinti, rinchiusi, picchiati, cacciati – ritentano. Ma non esistono.

 

 

Siamo sulla splendida riviera della vacanza permanente. Siamo nel silenzio della frontiera, come se non stesse succedendo niente, come se quello che succede non abbia più realtà, nel presente in tempo reale – ma succeda in un altro tempo e un altro spazio. A quei tempi – così iniziano le fiabe. Mi sono detto che se devo raccontare il silenzio di questa frontiera, lo racconto come, in un film fantastico, di un’altra epoca, una fiaba del presente. I sopralluoghi sono delle soggettive, io che cerco tracce dell’enigma, tracce di quello che rimane della storia, di quello che posso immaginare. Cerco di immaginare, di andare oltre il silenzio – riuscire a guardare come da un altro tempo, guardare il presente come in un film di anticipazione». Cioni conduce lo spettatore in un viaggio evocativo che spesso sembra volere fare i conti con la dimensione onirica della vita, incessantemente percossa e frantumata dalle illusioni e dalle frustrazioni, dai fallimenti ma anche scandita e, forse riassemblata, dalle resistenze e dalle ribellioni che ciascuno conduce, senza tuttavia perdere di vista l’incessante dialogo con i segni del tempo, con ciò che resta o ci si dimentica per strada. Un film sui migranti, certo. Ma pure sul significato dell’essere presenti e vivi, del passare oltre i tanti muri eretti dalla civiltà, del superare le maglie del sistema, i rigidi codici interpretativi con cui cataloghiamo la complessità dell’essere umano e la realtà che lo circonda. Un film che tenta con forza di catturare questa vitalità e tradurla in libertà espressiva traducendo spazi, silenzi e suoni in un unico spettro polifonico e inevitabilmente acquatico.

 

 

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