È un ritorno a casa, quello di Martin McDonagh, nell’Irlanda da cui provenivano i genitori, dopo le parentesi americane di 7 psicopatici e Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Ma è anche un ritrovarsi con Colin Farrell e Brendan Gleeson dopo l’esordio cinematografico di In Bruges del 2008. Sarà anche per questo che il legame di lungo corso è proprio il punto di partenza di The Banshees of Inisherin, o più precisamente lo è la sua fine. Farrell e Gleeson sono infatti rispettivamente Padraic Suilleabhain e Colm Doherty, due amici di un’isoletta irlandese nel 1923, amici di vecchia data, il cui rapporto ora si è interrotto. Non per un motivo particolare, perché nella migliore tradizione del suo autore, il film inizia a cose fatte, con un vissuto che intuiamo solo parzialmente in corso d’opera, e capiamo così che Colm si è stancato di perdere tempo con quell’amico che si accontenta del nulla. Non come lui che, sentendosi ormai avanti con gli anni, vuole per sé l’ultimo tempo, quello che magari gli consentirà di lasciare un segno, sotto forma di composizioni musicali da tramandare alla posterità. Il rapporto con il tempo, dopotutto, era già centrale in Tre manifesti: l’idea che le esperienze fatte possano e debbano agevolare un nuovo scarto, un punto di re-inizio che scuota sé stessi e gli altri dal torpore generale.

 

 

Che qui in realtà è anch’esso ondivago, essendo l’isola di Inisherin sì un luogo soporifero, letteralmente fuori dal tempo, la cui unica attrattiva è il pub, ma che al di là del mare si affaccia sulla terraferma scossa dalla guerra civile, con cui la realtà storica fa capolino nella vicenda personale. Si viene così a descrivere un momento di passaggio nel perenne immobilismo di una vita sempre uguale nei suoi rituali, che apre la via a gesti forti come le dita che Colm si taglia per spingere Padraic a smetterla, nella speranza di innescare in lui un senso di colpa, una reazione, ma l’unica risposta che sembra ottenere è solo la maggiore ostinazione dell’ex amico che non accetta la rottura dello status quo. Si può agevolmente intuire come The Banshees of Inisherin (presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2022) sia dunque un film di equilibri precari, desideri inespressi e senso di appartenenza a un luogo, ma allo stesso tempo di inadeguatezza, anche violenta nell’impianto teatrale dell’insieme – lo spunto è infatti proprio un testo che McDonagh aveva scritto per il palco, a chiusura della sua trilogia irlandese di Leenane, dopo i precedenti La bella regina di Leenane (del 1996) e A Skull in Connemara (del 1997). Un po’ come è accaduto con i sogni di Colm, quella commedia non si è mai realizzata e ora ricompare sotto forma di lungometraggio, che assume così sulle sue spalle la frustrazione perduta e un senso del vissuto autentico.

 

 

Anche per questo, The Banshees of Inisherin, pur non mancando della tipica tendenza dell’autore al dialogo brillante a tutti i costi, si affida più che altro all’empatia degli attori, alla musicalità della cadenza irlandese (destinata a subire forti perdite in fase di doppiaggio) e appare così più sincero, istintivo, attraversato da umori che gli conferiscono una sorprendente trasparenza. I personaggi assumono perciò una qualità duale: sono figure tenere, piccole e fragili, testarde ma innocenti e allo stesso tempo si fanno artefici di qualcosa di più grande, sognano l’immortalità che magari l’arte potrà dare loro. Il tutto su uno scenario evocativo nei suoi panorami e attraversato da pulsioni quasi magiche, affidate alle figure stregate del mito (le banshee del titolo), che ribadiscono la sapienza con cui McDonagh ha saputo lasciarsi andare a una maggiore porosità del risultato. Si capisce quanto il testo debba rappresentare per lui qualcosa di personale, come metta bene a nudo il suo rapporto con la vita e l’arte. Il risultato è il suo miglior lavoro, che emoziona e stempera il sorriso in una dolce malinconia, non mitigata dal finale che, nel flusso costante degli eventi, resta naturalmente abbastanza aperto.

 

 

Scrivi