La dinamica della redenzione impossibile: è tutto un gioco di ambizione e colpevolezza nel cinema dei Safdie, tutta una questione di spiazzamento tra la realtà in cui si vive e quella cui si sentirebbe di appartenere se non ci fosse di mezzo il destino. In solitaria, ormai senza il fratello minore Benny (che a Venezia 82 ha portato il più placido ma non meno inconciliato The Smashing Machine), Josh Safdie applica fedelmente il teorema anche a Marty Supreme, versione più ampia e meno empia di Good Time e Uncut Gems, tarata su un altro antieroe che corre immancabilmente contro se stesso pensando di stanare la gloria e la felicità che merita. L’ingenuità e la sostanziale purezza del protagonista sono immutati, ma questa volta la scena è spinta indietro nel tempo: siamo nella New York anni ’50, immancabilmente Lower East Side, a distanza di sicurezza dalla contemporaneità così franta e individualista dei lavori precedenti e dunque in prossimità di un mondo che conosce il disincanto ma anche il calore del quartiere, la capacità di coltivare il sogno di quella sorte magnifica e progressiva che in America si chiamava mito del successo.

A incarnare il nuovo eroe di Josh Safdie è Marty Mauser, un ragazzo ebreo dotato di una passione e un talento eccezionale per il pingpong, in cui il regista e Ronald Bronstein (sceneggiatore e montatore di questo e dei precedenti film dei fratelli) trasfigurano Marty Reisman, un vero campione ebreo newyorkese del tennistavolo: personaggio dal carattere fuori norma, esattamente come quello che riproduce Timothée Chalamet aderendo estrosamente alla classica performance tutta carattere, nervi, energia e velocità richiesta da Josh Safdie ai suoi interpreti. Marty ha le stimmate del perdente: nonostante tutto glielo si legge in faccia, dietro gli occhialini, i baffetti e il volto luminoso che mostra al mondo, dietro la voglia di arrivare cui si aggrappa disperatamente. L’incrollabile fiducia in se stesso, che segue senza requie per superare tutti gli ostacoli che puntualmente si frappongono tra lui e il suo obiettivo, è l’altra faccia del destino ingrato da cui cerca di sollevarsi: la famiglia ebrea gli offre un futuro agiato come manager del negozio di calzature dello zio in cui lavora, ma lui sogna di diventare un campione di pingpong, vuole rappresentare l’America ai campionati mondiali del Cairo e poi in Giappone, magari giocando con le palline rosse che suo cugino ha fatto realizzare appositamente per lui.

La sua nemesi è Koto Endo, il campione sordo nipponico (interpretato da Koto Kawaguchi, vero atleta giapponese non udente), placido, silenzioso, stabile, composto: tutto ciò che il plusdotato Marty non è, puntualmente sbattuto tra i contrattempi subiti per destino e i guai procurati per spavalderia. La madre lo reclama in famiglia, lui mette incinta Rachel (Odessa A’zion, una rivelazione) che forse ama e da cui è sicuramente amato e con la quale condivide una certa esistenziale inventiva applicata alla disperata determinazione. Sullo sfondo c’è l’improbabile storia d’amore con la ricca Kay Stone (Gwyneth Paltrow), ex star del cinema ora sposa del magnate delle penne Milton Rockwell e, nelle curve del bisogno di racimolare in poco tempo i 1500 dollari necessari a raggiungere la nazionale in Giappone e affrontare Koto, seguiamo Marty nel sottobosco newyorkese, alle prese col losco gangster (un cubitale Abel Ferrara) al quale ha sottratto l’amato cane, ma anche nelle sfere della finanza cittadina, dove Rockwell vorrebbe ingaggiarlo come testimonial…Commedia del destino avverso, Marty Supreme procede senza requie per 150 minuti, retto da quella che forse è a oggi la migliore prestazione di Chalamet, tutta scritta sulla dinamica della simpatia estrema, che rasenta l’arroganza e inciampa facilmente nella stupidità, di un personaggio che libera lo scenario classico di Josh Safdie dalle pene di un background oscuro, dalla violenza introflessa di un quartiere viscoso.

Il Lower East Side newyorkese di Marty Supreme è uno spazio caldo, in cui persino il sottobosco dei club neri risuona della ritmica del pingpong, sport fuori dai radar nell’America dei ’50, dunque relegato a quei margini della società che sono da sempre il luogo di elezione del cinema di Josh Safdie. Il quale qui dismette quell’aura da indipendente che ha vestito sinora, lavorando con star spiazzate come Robert Pattinson e Adam Sandler. Resta ovviamente il criterio assoluto della velocità, che nel suo cinema è un principio attivo, una specie di catalizzatore narrativo che si traduce in frenesia e interloquisce con l’altro criterio essenziale, che è l’impedimento, l’incombenza di ostacoli che non lasciano spazio alla verità dei personaggi, costringendoli a una continua performance bigger than (their) life, a un ineludibile bisogno di smarginare la ricaduta delle proprie azioni. Spingendoli in definitiva in un vortice drammaturgico, di dimensioni che stanno tra il biblico (ripudio della retta via e pentimento) e il melodrammatico (passione e sentimento, verità e menzogna, innocenza e colpevolezza). Cui questa volta si aggiunge una marcata propensione alla commedia e una finale giocato il leggerezza…
Le immagini sono di Ascot-Elite-Entertainment.


