Ci sono ancora i figli al centro delle storie di Ivano De Matteo: piccoli mondi in cerca di uno spazio in cui esistere di fronte a situazioni familiari disfunzionali. Come accade a Sofia, che in Una figlia, presentato in anteprima al Bif&st 2025, ha perso la madre e mal digerisce che, cinque anni dopo la sua scomparsa, il padre Pietro si sia già rifatto una vita con Chiara, che peraltro della genitrice era stata l’infermiera nell’ultimo periodo della malattia. Sofia attraversa così le giornate in preda a incubi, ansie e sospetti verso l’intrusa che pure cerca con ogni migliore intenzione di farsi accettare come possibile nuova madre. Il non detto e la tensione inesplosa serpeggiano fino al gesto estremo che scompagina tutte le carte e immerge la vicenda in uno di quei drammi intensi a cui l’autore romano ci ha abituato. L’ispirazione, in verità, arriva da un libro di Ciro Noja, Qualunque cosa accada, che comunque De Matteo sembra ridimensionare negli aspetti più immediatamente sensazionali per stare addosso ai personaggi con empatia, cercando di rientrare con loro nel mondo. Con una vita ormai a pezzi, Sofia sprofonda ancor più in una dissociazione dalla realtà che fa il pari con quella del padre, uomo di classe borghese diviso fra lavoro, partite a padel e una vita con la nuova compagna che si avvia a una piena realizzazione, spezzata all’improvviso dal dramma.
De Matteo segue in parallelo le loro vicende costruendo uno spazio che si restringe sempre più sui personaggi, che si muovono in luoghi sempre più piccoli, in netto contrasto alla spaziosità delle case che Pietro vende ai suoi clienti e del maneggio in cui Sofia sembrava trovare gli unici momenti di felicità – la casa nuova e i cavalli avranno non a caso un ruolo anche nel processo di risalita del terzo atto. I motivi architettonici e scenografici descrivono così le gabbie (mentali prima ancora che fisiche) che opprimono entrambi. Soprattutto è costante il motivo del vetro, degli specchi in cui la realtà si riflette e delle ampie finestre che aprono/chiudono il mondo esterno dimostrando la fragilità dell’equilibrio in ricostruzione, mentre il processo umano e burocratico va avanti. Ormai forte di una carriera registica più che ventennale, De Matteo dimostra così di aver dato forma a uno stile visivamente coeso, complice il bel lavoro su pellicola concertato con il direttore della fotografia Giuseppe Maio (già all’opera nel precedente Mia). Il loro sguardo si muove nel mondo dei suoi protagonisti descrivendone i confini ma mantenendo sempre una vicinanza partecipe, che instaura con essi un solido legame. Pietro è Stefano Accorsi, che non si nasconde di fronte alle prove del copione che tendono a metterne in risalto la rabbia umana ma anche la fragilità di chi non ha saputo comprendere quanto stava accadendo e ora non sa più come comportarsi. Sofia invece è Ginevra Francesconi, fra le migliori attrici giovani della scena contemporanea, che già aveva dato prova di ottima intensità drammatica in The Nest di Roberto De Feo e poi aveva perfezionato il modello della ragazza alle prese con un rapporto paterno disfunzionale in Regina di Alessandro Grande.
In questo caso, l’attrice si offre a una varietà di emozioni ancora più ampia, complice un personaggio che passa dalla rabbia alla catatonia, fino alla progressiva rinascita, mettendosi letteralmente a nudo di fronte all’incedere degli eventi e facendosi in gran parte carico della narrazione. La coralità dell’intreccio lascia indietro i personaggi minori – l’avvocata di Michela Cescon e la Chiara di Thony sono figure che attraversano il racconto più che inciderlo – ma nel complesso la vicenda riesce a mantenere l’equilibrio fra il fatto privato e l’universalità di una storia estrema, che diventa non a caso fatto pubblico, riflettendosi nell’altro grande vetro dello schermo televisivo in cui vanno in scena i dibattiti del caso o quello dei telefoni dove si addensano le opinioni asfissianti dei social. Altre prigioni, altri luoghi, cui De Matteo preferisce i vetri opachi dell’ospedale in cui un po’ tutte le trame troveranno la loro sintesi, i figli diventeranno genitori e i padri dovranno accettare un destino differente da quello immaginato, mentre la vita in qualche modo va avanti. Non un lieto fine, ma un responso comunque pervaso da quel realismo umano caro all’autore.