C’è chi lo ha inquadrato come un clone più elegante ma meno fresco di Gloria!, il film diretto nel 2024 da Margherita Vicario, altra vicenda di sofferta emancipazione. Ed elegante Primavera lo è senz’altro, nella messa in scena e nello stile del racconto, qualità affinate dal veneziano Damiano Michieletto in molteplici regie teatrali e liriche, che gli sono valse la fama internazionale. Sarebbe tuttavia riduttivo leggere questo suo secondo lungometraggio (l’esordio è del 2021, con una trasposizione del Gianni Schicchi pucciniano) solo in comparazione con un altro lavoro cinematografico coevo, rispetto al quale presenta peraltro indubbie affinità (ed ha in comune il poter essere annoverato tra le migliori produzioni nazionali dell’ultimo quinquennio). Su tutte, la pregnanza dell’elemento femminile e la (ri)scoperta del ruolo tanto fondamentale quanto oscuro svolto dalle donne nel processo creativo che – in Italia più che altrove, in Veneto più che in altre regioni della Penisola – ha dato alla (storia della) musica alcune composizioni sontuose.Alla base di Primavera c’è il copione scritto dallo stesso Michieletto con Ludovica Rampoldi (sceneggiatrice, tra gli altri, per Gabriele Salvatores e Marco Bellocchio: in proprio ha da poco diretto il dramedy Breve storia d’amore, con la coppia Pilar Fogliati/Adriano Giannini), che conferisce un abito più classico e un’altra scorrevolezza a Stabat Mater di Tiziano Scarpa, breve romanzo (semi)epistolare che ha ottenuto il Premio Stega nel 2009, dalla scrittura sincopata, incentrata su ellissi e suggestioni (oltre che su intuizioni fissate in alcune frasi di mirabile evocatività).

La modalità narrativa adottata dal prolificissimo Scarpa avrebbe potuto tradursi in un film dalla cadenza egualmente spezzata, puntando quindi su un autoralità più esibita, ma non necessariamente in grado di riprodurre la magia del libro. Michieletto e Rampoldi hanno optato invece per un approccio differente, scegliendo l’affresco di ampio respiro, che grazie a una regia sicura – raffinata, mai calligrafica – mostra di prediligere il racconto lineare, reso in maniera brillante, seppur pervaso da un’inquietudine quasi febbrile. La storia è ambientata nel 1716. Ne è protagonista l’orfana ventenne Cecilia, che suona il violino nell’orchestra dell’Ospedale della Pietà di Venezia: una creatura resa anonima dalle grate metalliche della chiesa dietro le quali suona o dalle maschere che deve indossare, come ogni educanda, nelle rarissime uscite. Di notte combatte l’angoscia scrivendo lettere alla madre mai conosciuta, raccontandole giornate fatte di piccoli accadimenti che ai suoi occhi paiono enormi, confidandole moti dell’animo e speranze. Di giorno, si esercita su note vergate per inerzia da un sacerdote che si guadagna stancamente la pagnotta trascinandosi in partiture di maniera, che non accendono il cuore delle strumentiste e che il pubblico dei sostenitori accoglie con sempre meno entusiasmo, sotto gli occhi preoccupati del direttore dell’istituto, che vede il proprio status messo in pericolo dalla concorrenza di orchestre meglio condotte.

Poi Cecilia – che vive un tempo sospeso, in attesa di sposare suo malgrado un protervo eroe di guerra, uno dei tanti benefattori dell’istituto che pretende una moglie educata e remissiva, come ci si aspetta che siano quelle cresciute all’Ospedale della Pietà – subisce la scossa che le dà il nuovo maestro compositore, il “prete rosso” Antonio Vivaldi, malaticcio quanto appassionato, rientrato in patria dopo aver tentato senza fortuna la sorte presso corti estere; ed è come un vento di primavera che annuncia sensazioni mai provate, quantomeno non da una ragazza rapita dalla musica ma schiacciata da una società costruita a misura di maschio. Una situazione che il romanzo, attraverso la voce della protagonista, fissava così: “La musica di don Antonio entra dentro i nostri occhi, impregna le nostre teste, ci fa muovere le braccia. Il gomito e il polso del braccio destro si snodano per manovrare l’archetto, le dita della mano sinistra si piegano sulle corde. Noi siamo attraversate dalla musica dei maschi”.

Gli autori hanno trovato il modo di conservare l’elemento epistolare, incastrandolo senza forzature dentro una trama che procede con ordine cronologico intorno a Cecilia. Il rapporto con il romanzo è peraltro libero anche sul piano dei contenuti, oltre che su quello della forma: il film sacrifica il flusso interiore attraverso cui Cecilia descrive l’estasi di cui custodisce gelosamente l’arcano (“Nessuno può sentire la musica segreta che suona nel nostro animo. Nessuno può impedire che risuoni dentro di noi. Nessuno può rubarcela”), per restituire attraverso le immagini il processo di graduale consapevolezza di sé e dei propri desideri della ragazza, riproducendo per altra via la forza travolgente della musica stessa. In comune con Gloria! (che è ambientato più avanti nel tempo, in principio di XIX secolo) ci sono la componente geografica, alcune situazioni e lo spirito di fondo, che fa emergere il ruolo di donne ignorate dalla Storia nella genesi di creazioni artistiche immortali. Ma anche l’idea di un cast (Tecla Insolia nei panni della protagonista e Michele Riondino con i capelli color rame; poi Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Stefano Accorsi, Valentina Bellè) che punta sul gioco di squadra più che sulla esaltazione del singolo. La messa in scena (prevalentemente in interni) è però maestosa, laddove in Gloria! cercava soprattutto la leggiadria. Alle ragazze del coro di don Perlina/Paolo Rossi, la Vicario regalava d’altronde un finale trasognato e consolatorio, mentre Michieletto – più pragmatico – riconsegna Cecilia a sé stessa: non riconosciuta, costretta a fare i conti con una condizione che la penalizza, nemmeno amata come ha sempre immaginato che un giorno sarebbe avvenuto; ma padrona del proprio corpo e del proprio destino.


