Radicale ed espanso: La timidezza delle chiome di Valentina Bertani

L’esordio nel lungometraggio di Valentina Bertani consente di riaffermare la ormai consolidata natura del cinema che, a ogni prova di resistenza nei progressivi contatti con la realtà, sa manifestarsi come migliore conduttore di quelle emozioni che quasi la macchina da presa non sembra scrutare, ma produrre in un processo di verità che prescinda da ogni finzione, da ogni distinzione tra vero e messa in scena. Al tempo stesso, dunque, protesi visiva nel dispiegare il bagaglio dell’immaginazione, suo corredo genetico e dispositivo emulativo che appartiene a una falsità che imita la vita. È ancora in questa proficua dualità che va ricercato il valore di questo film che attrae su di sé più nature, più elementi di discontinuità con il genere puramente fiction. L’immersione assoluta dell’autrice per cinque anni nella vita dei due protagonisti restituisce al film quel naturale afflato di contiguità con la macchina da presa da parte dei due gemelli e in modo altrettanto evidente, proprio per questa simbiosi duratura, La timidezza delle chiome si discosta dal classico film che diventa documento visivo di una condizione o di una vicenda.

 

 

Valentina Bertani – che collabora alla sceneggiatura insieme a Emanuele Milasi, Irene Pollini Giolai e Alessia Rotondo – aggiunge al suo film il valore di una condivisione di tempi e necessariamente di spazi che in misura più o meno consistente si riversa in quella fluidità narrativa dentro la quale i personaggi sono i due gemelli, i loro genitori, occasionalmente gli amici, ma soprattutto la macchina da presa che, anche arditamente, lavora sullo sguardo dello spettatore in un insistere su quel lavoro di evidenza e di continuo primo piano delle loro vite e della loro caparbia volontà di vincere ogni disagio. Joshua e Benjamin sono due gemelli omozigoti, indistinguibili nella loro doppia realtà. Ebrei di nascita vivono a Milano e riaffermano la loro diversità, dovuta a un disagio cognitivo che rende ingenuo e naïf il loro modo di proporsi al mondo, ma soprattutto svela una disarmante sincerità delle loro emozioni e dei loro desideri. Una sessualità mordente e ancora inappagata, ad esempio, che manifestano con sfrontata pacatezza che diventa normalità consueta in quell’accezione che ha del puro nelle confessioni esplicite che rivolgono anche ai genitori. Appartiene a questa stessa natura il radicale rifiuto di uno dei due fratelli a sparare quando, dopo avere deciso entrambi di andare in Israele per arruolarsi nell’esercito, la giovane recluta sarà messa a confronto con le armi e obbligata a usarle.

 

 

La timidezza delle chiome che fa riferimento a quel fenomeno naturale degli alberi di un bosco che non si fanno reciprocamente ombra per non impedire la reciproca crescita, diventa un film a suo modo radicale sulle manifestazioni delle pulsioni giovanili. Dismettendo ogni abito di sperimentazione di queste emozioni interiori nella vita di persone che vivono un disagio psicologico, intende colmare ogni distanza con la diversità e indagare sulla caparbietà di una difficile interazione con il mondo che confina con i propri desideri, con un mondo pieno di altre diversità che diventano specchio di una condizione, ma anche mondo in salita da interpretare. Il passo della regista sa essere lieve, ma al tempo stesso anche deciso con la sua macchina da presa che diventa protagonista. Un film sullo sfiorarsi dei caratteri tra i due fratelli, sul loro modo originale di sostenersi, in quella diversità che li fa apparire uguali, ma quindi neppure doppi e nemmeno duplicati, in una differenza che sottolinea il disuguale approccio alla vita, ma sempre in nome di una libertà che si manifesta con l’enfasi e la sfrontata certezza della gioventù. Valentina Bertani esplora luoghi invisibili, quell’ingresso nell’età adulta, portando il suo sguardo dentro i sogni e i desideri dei due ragazzi, dentro la loro presunzione giovanile, la loro ingenua esultanza in un lavoro di avvicinamento dei piani del racconto e dentro un ambiente familiare che sa accogliere e rigenerare ogni asperità, anche in quel linguaggio esplicito che diventa ulteriore piano di confronto tra generazioni. Ancora una volta si è di fronte a una specie di cinema espanso, che si manifesta dentro il piccolo nucleo familiare e produce i suoi effetti cancellando ogni confine con la rappresentazione della vita, diventando esso stesso vitale.