Quando si accende lo schermo troviamo Ernesto che su un grande tavolo ricompone le parti di uno scheletro, mette a posto le ossa e sistema il cranio dopo averlo misurato. Ernesto di mestiere fa l’antropologo e lavora per il Governo del Guatemala. Al momento è impegnato a recuperare e dare un nome ai resti che nelle fosse comuni sparse per il Paese testimoniano le atrocità commesse dai militari all’epoca della guerra civile, che dal 1960 al 1996 sconvolse il Paese. Quando Ernesto, dopo avere incontrato una anziana donna che gli chiede di avviare le ricerche in un terreno dove sicuramente vi è una fossa comune e dove è stato seppellito Mateo il suo caro marito, avrà la certezza di avere anche scoperto lo scheletro di suo padre, che era un guerrillero, e sarà costretto a riconsiderare l’intera sua giovane vita. Anche sua madre era stata una combattente, per questo durante i sei lunghi mesi di prigionia aveva subito torture e stupri, ma oggi può raccontare tutto al processo contro i militari nel quale è chiamata a testimoniare. Questa in sintesi la trama del film dell’esordiente César Díaz in concorso al Festival Cinema Africano Asia America Latina, che dopo avere vinto la Camera d’or per la migliore opera prima al Festival di Cannes 2019, rappresenterà il Belgio – il regista è naturalizzato belga – per la corsa all’Oscar quale miglior film straniero.

 

 

Il cinema sembra potere avere un potere taumaturgico contro le ferite profonde e quasi inguaribili che la storia lascia dietro con il suo scorrere. Raccontare storie del genere, che siano inventante o magari ispirate a fatti reali poco importa, quello che importa è la loro verosimiglianza con il reale, con ciò che è accaduto, con ciò che accade in termini di lascito della violenza e ciò che significa per le vite di chi deve rimettere a posto i pezzi della propria storia e fare, necessariamente, i conti con il passato. Ernesto fa proprio questo lavoro, rimette a posto i pezzi, ricompone le memorie private, interroga le persone, le anziane donne del villaggio nel quale scaverà la profonda buca dalla quale emergeranno i resti di Mateo, ma forse anche di suo padre e degli altri combattenti contro il regime. Resti umani, fotografie sfocate, parole dei telegiornali, nomi pronunciati alla radio, ricordi, scatole intere di reperti che occupano gli uffici, filmati e parole, in questo accumulo di “cose” che sono tessere di un enorme puzzle, risiede la memoria neppure tanto lontana eppure così difficile da ricostruire. Il cinema anche qui assolve un compito necessario e diventa il collante di questa ricostruzione, ciò che tutto tiene insieme ed è per questo che possiede un effetto prodigioso che serve a tenere insieme tutte queste esigenze ed Ernesto con il suo paziente lavoro ci conduce in un lungo percorso utile a restituire un volto al passato, disseppellendo non solo i corpi, ma anche le storie che feriscono.

 

 

È un lavoro duro e complicato per Ernesto, che dovrà superare ostacoli burocratici e rischiare del suo per raggiungere le montagne e i loro piccoli villaggi nei quali si sono consumate le tragedie. Un lavoro che prosegue su due fronti, uno pubblico che riguarda il suo ruolo di uomo del governo che deve obbedire alle leggi scritte e uno privato che si consuma nell’attesa di indagare sulla sua vita personale. È qui che si innesta il rapporto con Cristina, la madre comunista e combattente di Ernesto. Un rapporto franco e sincero che arriverà ad una verità originaria che in nulla muterà la vera devozione di Ernesto verso il padre guerrigliero. Nuestras madres allude a questi rapporti segreti con le madri, ma allude soprattutto ai segreti delle donne, quei segreti celati dalla anziana che cerca il suo amore Mateo e quelli che possono leggersi sui volti e tra le parole, segreti sconvolgenti che riaprono le pagine della storia della propria vita. È in questo intreccio vissuto tra intimità e storia del Paese che il film di Diaz sa mostrare la propria bellezza, un film che partendo dall’originario rapporto materno, da questo fa discendere le successive pieghe che prende la propria vita, ma anche la storia. Ernesto è la dimostrazione di questo assunto, la sua forza d’animo davanti ad ogni scoperta gli è stata trasmessa da Cristina e dal suo coraggio. Ciò che in fondo appare strano nel film di Díaz, nonostante tutto questo accumularsi di sentimenti dolorosi, è il tono pacato che accompagna la narrazione della vicenda, una pacatezza di fondo che sottende una rabbia che si manifesta solo nelle parole accese della madre di Ernesto nel raccontare i mesi di stupri e torture. Il cinema latino-americano ha smesso dunque di essere l’ultimo cinema arrabbiato? Forse è vero, in quei luoghi – e proprio il cinema e i reportage ce lo hanno raccontato – si sono giocate, da parte delle potenze mondiali, partite economiche importanti e troppo spesso governi di comodo hanno favorito il moltiplicarsi di violenze di ogni genere. Oggi, probabilmente, per molti è il momento di ricostruire, di restituire a quei popoli un volto di appartenenza, qualunque sia basta che sia autentico. Ernesto e il suo lavoro diventano simboli di questa faticosa ricostruzione, di questa restituzione del Paese nelle mani dei suoi stessi abitanti. Il guatemalteco César Díaz, che è nato nel 1978, sembra farsi carico di questa esigenza e con il suo film dai toni sommessi, come sommesso sa essere, nei gesti e nelle parole, il personaggio del suo protagonista, è però determinato in questa scelta con un racconto che vuole contribuire alla reintegrazione dopo la depredazione. Nuestras madres sa interpretare a pieno questo sentimento che non è più di vendetta o di odio, ma volenterosamente votato a ricostruire le fondamenta del Paese usando come materia prima la memoria che il cinema vuole testimoniare, ricomporre e lasciare indelebile.

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