Sguardi queer alla Woche der Kritik di Berlino

Desire Lines (in apertura One Minute Is an Eternity for Those Who Are Suffering )

Sguardi queer alla Woche der Kritik attraverso film che, nelle differenze di stili e modalità narrative, interrogano corpi che esprimono uno stare al mondo stratificato inscritto in esperienze radicali di vissuto reale o reso ricorrendo alla finzione. Dal Brasile alla Serbia arrivano due esempi di cinema queer ambiziosi nel loro non essere conformi a schemi pre-ordinati (anche se poi l’adesione a codici di auto-rappresentazione o di derive metafisiche li portano a una visione poco libera pur se fortemente, e anche troppo, autoriale). Sono comunque di due oggetti difficili da collocare, e ciò è sempre un pregio. Si tratta dell’opera prima dei brasiliani Fábio Rogério e Wesley Pereira de Castro One Minute Is an Eternity for Those Who Are Suffering e del nuovo lungometraggio del serbo Dane Komljen Desire Lines. Cinema che è diario filmato, film-saggio, tutto girato in un unico ambiente, One Minute Is an Eternity for Those Who Are Suffering. Cinema che si espande in più luoghi, da Belgrado alla campagna, fin dentro la natura, superando il realismo, Desire Lines. Cinema, in entrambi i casi, che traccia personaggi tormentati, inquieti, colti in costanti (falsi) movimenti. Cinema di detours da compiere in pochi metri, ossessivamente, oppure da estendere a dismisura infrangendo spazio e tempo.

 

One Minute Is an Eternity for Those Who Are Suffering

 
Protagonista assoluto di One Minute Is an Eternity for Those Who Are Suffering è il regista Wesley Pereira de Castro che si filma in modo compulsivo nella sua casa con cortile di Sergipe, sua città di provenienza. In campo solo lui e a volte la madre. Con una qualità dell’immagine digitale volutamente grezza, sporca, instabile, trasandata, che si fa sensuale e intima, Pereira de Castro si racconta e si espone al medium tecnologico utilizzato e che tiene in mano, spesso rivolgendosi a esso come a parlare a un ipotetico interlocutore/destinatario di quelle immagini. È in campo fin dalla prima inquadratura, bellissima, in cui lo si vede in primo piano e con una mano sfiorarsi, coprirsi il volto. Il suo corpo queer è al centro di tutto, nudo o vestito, mai rilassato, visualizza gli stati d’animo autodistruttivi (ma infine anche una gran voglia di vivere) di un quarantenne gay tentato dal suicidio, che ha una sconfinata passione cinefila e per la letteratura, passione che il regista non relega solo alla parola, ma che va anch’essa mostrata inserendo nelle immagini libri da sfogliare e leggere e, in successione, la vastità di copertine di dvd che guarda. Siamo di fronte a un cinema dell’accumulo e della saturazione tanto del vedere quanto del sentire, nutrito anche dalla presenza di altri dispositivi che rimandano altre immagini: film e telenovelas dal televisore che guarda la madre, galleria di uomini che Wesley “sfoglia” su internet commentandoli e trovandoli quasi tutti insignificanti. Attraversato da un continuo movimento ansioso, abitato inoltre dalle pagine del diario tenuto da Wesley dove scrive e disegna i suoi malesseri, e il disagio nei confronti del sistema oppressivo che domina la società, One Minute Is an Eternity for Those Who Are Suffering (titolo splendido che riporta una frase detta due volte di seguito dal regista e interprete di se stesso) è un testo innegabilmente teorico e politico.

 

Desire lines

 
Tormentato in altre forme è Branko, il protagonista di Desire Lines, il cui fratello più giovane è per lui un mistero. Komljen (di cui merita ricordare il suo notevole documentario The Garden Cadences del 2024 girato in un parco di Berlino abitato, ma ancora per poco, dal collettivo queer-femminista Mollies nel corso della loro ultima estate prima di essere, dopo dieci anni, sfrattate) lo accompagna nel suo vagare, inizialmente per le strade di Belgrado, poi in un parco per incontri gay, poi in altri spazi di cemento e natura, in una caserma e lungo un posto di frontiera che varca come fosse un fantasma, e un fantasma in qualche modo lo è venendo “risucchiato” da un muro per trovarsi altrove, fino a un luogo frequentato da una comunità di donne e uomini che si cercano, desiderano, toccano, e poi ancora sempre oltre in un infinito e crescente errare anti-realista. Desire Lines è un film nel segno della fisicità e del mistero costruito su ripetute “linee di movimento”, “linee di desiderio” che formano una “ragnatela” di spazi da (s)collegare. Sempre più immergendosi in una dimensione metafisica, ermetica, performativa, che indaga il linguaggio dei corpi e le loro mutazioni.