Adilkhan Yerzhanov è una delle voci più alte del cinema kazako contemporaneo a conferma di una cinematografia sempre sorprendente. Terra di cinema, il Kazakistan ha in Yerzhanov, regista e sceneggiatore nato nel 1982, un autore dall’immaginario immediatamente riconoscibile consolidato film dopo film negli ultimi vent’anni. Si pensi a The Gentle Indifference of the World (2014), The Assault (2022), Steppenwolf (2024). Yerzhanov ama i generi e gioca con essi al fine di costruire narrazioni alternative sfuggendo alle convenzioni e aderendo a una rigorosa messinscena all’interno della quale fare muovere i personaggi in spazi di-segnati con precisione geometrica. Esempio perfetto di questo stile al tempo stesso prosciugato e denso è la sua opera più recente Turgaud (presentata in prima mondiale alla Woche der kritik, la Settimana della critica del festival di Berlino che come consuetudine costruisce il calendario sulla base di programmi ognuno dei quali composto di più titoli e di discussioni per approfondire argomenti che scaturiscono dai testi individuati). Set di Turgaud è la città di Karatas (conosciuta anche con il nome di Sharapkhana, situata nella regione meridionale di Turkistan), non nuova nel cinema di Yerzhanov.

Un luogo cantato, sulle prime immagini di totali delle lande, da un uomo in una canzone-poema legata alla tradizione. Incipit per introdurre, in forma di leggenda e di luogo mitico, le tante cose dette e non dette che accadranno in un film che è ritratto di un potere corrotto da indagare ricorrendo al pulp, al western, all’umorismo nero, a una sarabanda di agguati e massacri, regolamenti di conti tra le fazioni che si contendono il territorio e che generano esplosioni splatter, fino a un finale dove tutti (e con un eccesso di ripetizione delle situazioni) scompariranno nell’ennesima carneficina dalla quale si salverà solo la donna misteriosa giunta lì con il figlio piccolo per compiere una specifica missione. Tutto procede in forma astratta e il sostrato sociale e politico si svela lentamente – a Karatas stanno per svolgersi le elezioni e Baylat, il crudele boss mafioso che tiene in scacco la comunità, si è candidato. Ma Yerzhanov centellina le informazioni, crea nelle scene iniziali un senso di attesa e curiosità.

Cosa ci fanno a Karatas, giunti con un aereo e con due identiche valigie gialle, un uomo, che scopriremo chiamarsi Bek (interpretato da Berik Aytzhanov, già in altri film del regista) e una donna con bambino nota solo, come anche qui si saprà a racconto avanzato, con il nome in codice Fox? Lui ha i capelli lunghi appiccicati sul volto, indossa stivali, un giaccone, la camicia aperta mostra dei tatuaggi – look che non cambierà mai -, non si separa da un fucile e un mandolino ed è arrivato per proteggere Baylat con la sua esperienza di ex uomo dei servizi segreti allontanato perché alcolizzato. Lei è vestita elegante, cappello, cappotto e stivali, come Bek ha sempre un’arma con sé, per lungo tempo non parla. Sono i gesti, i silenzi (“Il silenzio è potente”, dice in un dialogo Bek), gli sguardi a occupare un ruolo privilegiato, al pari dei movimenti o delle immobilità dei corpi di chiunque appaia nelle inquadrature dando così forma a una radicale cristallizzazione del tempo e dello spazio.

C’è un che di carpenteriano nella tensione visiva che si diffonde negli esterni e negli interni così come nel look e nel portamento di Bek che fa venire in mente in vari momenti e ancor più nel finale, dove indossa un paio di occhiali con una lente nera accendendosi una sigaretta prima di farsi uccidere da Fox, la figura di Jena Plissken. Film cinefilo, a tratti con dosi pulp che si sarebbe potuto snellire, Turgaud è abitato da situazioni sospese, surreali, da oggetti che restano inspiegati (la biglia fluorescente che funge da “legame” tra Fox e figlio e Bek), da magnifiche descrizioni della steppa, da nitide scene che fanno apparire e sparire i personaggi (ancora loro tre in un caffè dove la vetrata separa e unisce il dentro e il fuori) oppure ne descrivono i tormenti. E dopo tutta questa cavalcata di avvenimenti che si compie negli stessi ambienti, come in un loop in cui si rimane imprigionati, ecco che la calma torna, un altro canto popolare trova posto, altri totali di lande occupano le ultime inquadrature ricollegandosi a quelle d’apertura che evocavano Karatas, luogo reale mutato da Yerzhanov in leggendario.
Woche der Kritik 2026: la scheda del film


