A quattro anni di distanza dal precedente film, Spira Mirabilis (il loro lavoro più ambizioso), la coppia di documentaristi italiani formata da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti torna a lavorare su una dimensione a loro più consona riuscendo a firmare un altro grande tassello all’interno di una filmografia già molto celebrata. Guerra e pace  (in Orizzonti) è un lungometraggio lineare in cui risulta difficile perdersi nonostante si tratti di un lavoro che ha preso corpo in corso d’opera. Infatti, affascinati dal ruolo fondamentale della diplomazia internazionale (soprattutto in un mondo come quello odierno dove ogni singola immagine virale è una potenziale miccia pronta a innescare una bomba), gli autori si sono focalizzati sulle ambasciate per poi concentrare le cineprese sugli archivi bellici. A cosa serve filmare la guerra? Quale valore possono avere quelle immagini? Ma, soprattutto, ha senso conservarle? Sono questi gli interrogativi che spronano il film e così si viaggia nello spazio e nel tempo. Lungo quattro diversi capitoli mirati a “ricostruire” un periodo storico e un luogo di lavoro differente (dall’Istituto Luce alla Farnesina, dalla guerra in Libia fino ai giorni nostri), Guerra e pace assume una doppia anima: da una parte propone un tuffo nella Storia con immagini e documenti di rara potenza e fascino; dall’altra invece diventa anche un grande omaggio alla Storia del Cinema, alla sua tecnologia, al suo progredire, al suo valore. Dalle pellicole amatoriali sino al fotorealismo digitale, il cinema è sempre stato pacifista e guerrafondaio allo stesso tempo.

 

 

Se nei regimi totalitari la propaganda trovava grandi riscontri grazie a quest’arte, in molti altri casi si è dimostrata un’arma salvifica per studiare, imparare, analizzare il passato più o meno recente. Lavorare nel cinema significa dover fare costantemente i conti con una messa in scena destinata a durare in eterno. Un lavoro minuzioso e studiato al millimetro che presuppone uno spettatore altrettanto intenzionato a (ri)elaborare quelle immagini. In anni dove invece, a ritmo di scroll, siamo abituati a vedere e non osservare quello che ci circonda, D’Anolfi e Parenti provano a salvaguardare il gesto creativo della visione attraverso un film che diventa l’oggetto perfetto per un simile confronto: un film contemplativo, dilatato (forse troppo), ricercato e coraggioso nell’indagare la memoria collettiva che ha segnato la Storia più recente e, di conseguenza, formato le vite e le coscienze di tutti noi.

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