Vite sottozero: Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto

A distanza di dodici anni dal suo esordio Zoran, il mio nipote scemo, commedia atipica e di frontiera, situata sulla soglia del semiserio, che possedeva la forza di trasformarsi in un romanzo di formazione per adulti, Matteo Oleotto nel suo secondo lungometraggio Ultimo schiaffo torna a raccontare una storia di marginalità e sconfitta in cui una coppia di perdenti e scampati, fratello e sorella con madre al seguito ricoverata per demenza senile, restituisce l’idea di un mondo sommerso, ferito, disorientato ma con un cuore che pulsa. Girato tra Tarvisio, Gorizia, Cave del Predil (dove è ambientata gran parte della vicenda) e altre zone del Nord-Est e del Friuli Venezia Giulia, toccando anche la vicina Slovenia (Kranjska Gora), il film racconta di un Natale vissuto al di fuori delle convenzioni, lontano dalle luci e dalle rassicurazioni: è il quasi-Natale di Petra e Jure, decisamente lontano da ogni possibile forma di tepore (sentimentale, spirituale, meteorologico), due fratelli che vivono sottozero, abituati a un freddo esistenziale che è tipico del luogo di appartenenza ma che comincia a stare stretto.

 

 
Esiste una via di fuga da questo piccolo mondo? Da qualche parte c’è un’ipotesi di futuro per i due giovani e scalcagnati tuttofare di montagna? Servono soldi per evadere da quella che è diventata una prigione a cielo aperto e la provvidenziale scomparsa del cane Marlowe, con relativa garanzia di “lauta ricompensa”, pare promettere meglio dei tanti espedienti quotidiani, leciti e meno leciti. Petra ne è consapevole, Jure un po’ meno ma si fida. E cosa succede quando i due fanno la scoperta di un luogo nascosto in cui si raccolgono scommesse clandestine su incontri particolari affrontati all’ultimo schiaffo? Irreversibilmente la situazione precipita assumendo una piega inaspettata, complicandosi drasticamente senza alcun tipo di preavviso. Una vicenda che segue binari orizzontali e lineari ma sprofonda verso il basso in una verticalità senza limite, raccontata con forme che non combaciano e linee sghembe, una geometria umana che genera scompensi e disagi, che crea il necessario disordine ricercato e ottenuto dalle intenzioni di Matteo Oleotto che, pure qui come in Zoran, si misura con i colori placidi e bizzarri della provincia: il bianco della neve si scontra con il nero di un banale incidente accaduto in un piccolo paese, il rosso delle pelle infreddolita è si specchia nel sangue di chi dice una parola di troppo o, semplicemente, si trova nel posto e nel momento sbagliato. Ultimo schiaffo fa precipitare lo spettatore in un vortice sospeso tra grottesco e tragicomico, una partitura (quasi) natalizia in cui commedia della realtà e farsa della vita si alternano e si inseguono e in cui ogni singolo personaggio diventa parte di un rovinoso effetto domino che provoca conseguenze inaudite e spaventose.

 

 
Un film che fa sorridere a denti stretti lasciando molto amaro in bocca, una strana commedia sporcata di nero che presenta una buona dose di sana cattiveria e sofferenza non gratuita; Oleotto (che scrive al fianco di Pier Paolo Piciarelli, Salvatore De Mola) delinea personaggi sbilenchi ma autentici, a caccia della salvezza senza mezzi termini, disposti a tutto pur di restare al mondo. Senza dubbio ci troviamo nei pressi delle figure ibride del cinema dei Coen o quelle più stranianti di Kaurismaki, soprattutto incontrate in Fargo, sia per il legame indissolubile tra i protagonisti e l’ambiente, sia per la comicità e il non-sense. Questo non è il Minnesota ma la montagna friulana, e il villaggio minerario di Cave del Predil consegna tutta la portata della sua storia. Film di neve e freddo, sangue e soldi, polpette e erba da fumare, di un cane anosmico e inevitabilmente di schiaffi sulla faccia, tra miseria e nobiltà una guerra da poveri e una povertà disarmata più che disarmante. A tal proposito, così si è espresso Oleotto: «Ultimo schiaffo è la storia di un gruppo di perdenti che tentano, ogni giorno, di restare a galla, cercando di vincere il proprio senso di inadeguatezza: vorrebbero tutti qualcosa in più dalla vita, sì, ma nessuno sembra avere la forza necessaria per riuscirci. O, almeno, per crederci a sufficienza.

 

 
Ovviamente non è un caso che il film sia ambientato durante il periodo natalizio: come resistere alla tentazione di portare in scena un cortocircuito così ghiotto, cioè quello tra il calduccio rassicurante delle feste e la tristezza siberiana dei personaggi? Come resistere alla tentazione di trasformare una ballata di provincia, la mia seconda ballata di provincia dopo Zoran, in una vera e propria dark comedy? Ho girato Ultimo schiaffo pensando a neve, ghiaccio, piccoli e grandi crimini, la natura come antagonista: tutto quello che serve per trasportare gli spettatori altrove. Fuori dalle rotte consuete». Oleotto realizza così una commedia che si trasforma lentamente in un noir, ma pure un film che racconta la provincia e le sue contraddizioni, attraverso un connubio che interseca i Coen e Kaurismaki, generando un romanzo popolare che, per come mescola con leggerezza i generi, si potrebbe accostare, con le giuste distanze e senza troppi paragoni, alle operazioni intelligenti di Le città di pianura e La città proibita.