Solitamente la presenza in scena del regista – eccezion fatta per i giochini enigmatici di Hitchcock e le esigenze narcisistico artistiche di Woody Allen – costituisce una sottolineatura che pone in evidenza l’appropriazione assoluta di un film, la condivisione totale dell’assunto. In Tutto in un giorno, il regista argentino Juan Diego Botto, ritagliandosi un ruolo, tutto sommato secondario, ma sicuramente uno dei più scomodi del film, se ne appropria totalmente condividendone gli assunti e il pessimismo di fondo che caratterizza le vicende che si sviluppano.Tutto in un giorno si svolge in Spagna e il racconto di tre storie ai limiti della disperazione ne costituisce la trama. Cominciamo, come sempre, dal titolo. L’accattivante Tutto in un giorno preluderebbe a una commedia, magari una rutilante commedia tra imprevisti ed equivoci, i cui nodi si sciolgono al calare della sera per i suoi protagonisti. Non è quindi un caso che la distribuzione italiana, forse spaventata dal titolo originale, molto più esplicativo e trasparente rispetto al narrato – En los márgenes – abbia preferito addolcire la pillola per lo spettatore meno attento e meno avvertito. Fatto sta che lo si voglia o meno, piaccia o non piaccia, Tutto in un giorno impianta la sua narrazione, i suoi sguardi e le sue conclusioni, del tutto coerenti con le sue premesse, in quel margine sociale nel quale la precarietà dell’esistenza si combina con la disperazione nel guardare al futuro e dove il presente diventa un macigno inamovibile che non si sposta neppure con la solidarietà di altri che versano e lamentano le stesse misere condizioni. Da questi luoghi di margine ci arrivano queste voci.

 

 

Se Botto ci racconta degli sfrattati di una Madrid che come altri luoghi dell’Occidente sprofonda in una crisi di rapporti tra classi sociali (perché di classi si tratta, anche qui, piaccia o meno), l’aria che si respira nel suo film non è troppo lontana da quella che abbiamo già respirato nella filmografia di Ken Loach quanto a disagio, incomunicabilità, disperazione, solitudine, sfilacciamento dei rapporti familiari, pessimismo nel presente e ancora di più nel futuro. Ma Loach decide di cedere al pessimismo in tarda età, suggellando questa sua abiura alla felicità possibile con il penultimo Io, Daniel Blake e con, finora, l’ultimo suo film, quel Sorry We Missed You con il quale, implicitamente, sembra volere denunciare una impotenza davanti all’avanzare di quell’invisibile, ma percepibile, mostro sociale che divora coscienze, ideali, solidarietà, macinando inesorabilmente le vite dei suoi personaggi. Ma quel film Loach lo girò a 83 anni. Per Botto il pessimismo è arrivato molto prima, non avendo il regista, neppure compiuto i 50 anni. Un senso questo ce lo avrà di sicuro e se il suo film lavora come una pagina di cronaca e nel suo incessante ritmo – spezzato in verità dal doppiaggio rispetto all’originale visto a Venezia – farebbe presagire, al pari di una commedia, lo sciogliersi dei nodi, è anche vero che sa tradire positivamente le attese e perseverare in quel pessimismo che evidentemente comincia ad arrivare prima rispetto al passato.

 

 

I protagonisti delle storie sono Rafa (Luis Tosar), un avvocato-sindacalista che aiuta gli sfrattati e vive con una donna che ha già un figlio con il quale Rafa ha apparentemente un cattivo rapporto, ma non è vero. Rafa si sbatte da mattina a sera per risolvere problemi altrui, senza sapere risolvere i propri. Il suo dramma è collettivo e personale. C’è poi Azucena (Penélope Cruz), scarmigliata e già stanca al mattino. Lotta contro lo sfratto imminente, lavora da precaria in un supermercato, ha un figlio con qualche problema relazionale e un marito (lo stesso regista) bravo a insegnare ad altri, ma scarso nell’adempiere ai suoi ruoli familiari. Azucena prova a trovare solidarietà nel terrore di essere buttata fuori di casa per non avere pagato il mutuo in un gruppo formato da altri nelle sue stesse condizioni, che reciprocamente fanno cordone in occasione dell’esecuzione degli sfratti tra la polizia e i destinatari dei provvedimenti. Badía (Somaya Taoufiki) è un’immigrata, lascia la figlioletta sola al mattino in casa per andare al lavoro e tornare tardi la sera. I servizi sociali vogliono toglierle la figlia per affidarla a un istituto, solo Rafa conosce a fondo il suo dramma. E poi, da ultimo, soffocata dai debiti e pronta a essere sfrattata, c’è Teodora (Adelfa Calvo), anziana madre di German (Font García), che per lui si è indebitata. German si porta dietro questa colpa che resterà indelebile nella sua vita. Personaggi che si incrociano come le vite nelle strade delle città. Botto non risolve, ma racconta con l’occhio di un realismo filtrato dalle aspirazioni di Rafa che diventa il baricentro del racconto, crocevia di varie esistenze e impotente spettatore di un mondo che va in rovina, incapace, a differenza del Locke di Steven Knight, di organizzare con completezza la sua vita. Tutto in un giorno diventa un film sulle sconfitte, sulla dissoluzione familiare dovuta anche al sistema, oscuro e impenetrabile, senza volto che dal potere politico a quello economico-finanziario schiaccia e distrugge tutto e tutti quelli che non possono rispettarne le regole. Tra Kafka e il Philippe Lioret di Tutti i nostri desideri, con il filtro politico di Loach e la bravura imperiosa di Penélope Cruz e quella rassegnata di Luis Tosar.

 

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