E’ il mondo che preme alle sue spalle, a definire il dramma interiore di Hannah (Venezia 74): le rughe che marcano il suo volto – che poi è quello di Charlotte Rampling – disegnano l’impassibilità di una donna che ha convissuto con l’abitudine della propria assenza. Il suo presente, per come ci è mostrato da Andrea Pallaoro, è segnato dalla frattura di un evento che riguarda la sua vita con il marito, ma che sembra lasciarla indifferente come una spettatrice distratta. Non si saprà mai nulla di preciso della colpa per cui l’uomo, accompagnato dalla moglie, si reca in prigione per scontare la sua pena. S’intuirà, dalle conseguenze che ne patisce Hannah nei giorni a venire, qualcosa legato alla pedofilia, ma non è certo ciò che conta per Pallaoro. Il suo è un ritratto di donna scritto sul dolore della sua prolungata assenza a se stessa, sulla disabitudine a farsi presente alla propria vita. La maschera che Hannah ha indossato per una vita è l’inverso di quell’urlo teatrale che lancia nella sua prima apparizione sullo schermo, esercizio di riscaldamento appreso nel laboratorio di recitazione che sta frequentando. Impara a recitare scene di vita che non ha vissuto, testimone cieca di quella colpa che il marito nega e della quale la donna è destinata a rendersi conto al culmine del processo di smarrimento e ricostruzione che il regista le offre. Gli interni su cui il film è costruito sono quelli che ne hanno definito da sempre la quotidianità, oggettistica da rituale domestico occluso nelle tinte calde di antica mobilia, che si ribalta nella ariosa e luminosa freddezza dell’interno della casa in cui Hannah lavora come domestica, al servizio di una giovane signora che sembra la sua immagine speculare e del di lei figlio, un ragazzino cieco.

Gli esterni si smaterializzano invece nella dimensione urbana indefinita di una metropoli europea, ma poco contano, perché Pallaoro costruisce tutto nella quadratura interiore del ritratto, nella progressiva presa di coscienza da parte della sua protagonista di una identità che passa attraverso il dolore, la rinuncia e la rivendicazione di sé. Lo scheletro dentro l’armadio ha la forma di una busta nascosta, elemento oggettivo di fronte al quale Hannah sarà costretta a prendere atto dei fatti. Per il resto il film distilla informazioni narrative come tessere di un mosaico che fa da semplice sfondo fuori fuoco. La pregnanza, la flagranza del film sta tutta nel personaggio di una donna colta nel momento della sua catarsi. Come fosse un Haneke a sangue caldo, Pallaoro crede totalmente in lei, nella sua definizione, nelle sue qualità ed è ciò che ci fa amare il suo film, pure così introflesso e scolpito nella luce e nei suoni, nei tagli di campo e nei fuori campo, nella funzionalità simbolica e in quella drammaturgica. E poi Charlotte Rampling, così empaticamente intransitiva, resta sempre un motivo in più per l’autore e lo spettatore.

 

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