L’uomo sul divano è L’ospite, alias Daniele Parisi, protagonista con la sua aria vaga e dimessa del nuovo film di Duccio Chiarini (a Locarno 71 sullo schermo cubitale della Piazza Grande). Il divano è la cuccia dei residuati d’amor perduto e indubbiamente quello è il posto che compete a Guido: ricercatore universitario di Lettere in perenne attesa di pubblicazione, a casa una compagna Chiara di nome e di fatto, che non esita a mettere in gioco la loro apparentemente solida relazione quando sente sorgere il dubbio che quella in fondo non è proprio la vita che vorrebbe. Dal Canada un’amica che ha fatto carriera la chiama in un museo e lei, che ama Guido ma è anche stanca di stare in fila per qualcosa in più della loro prematura tranquillità di coppia, si chiede se non sia il caso di rispondere. Ed ecco Guido in crisi esistenziale, che vaga dal divano dei genitori a quello di amici e parenti, ospite delle vite familiari altrui, alla scoperta della costellazione di apparenti felicità d’amore che nascondono in realtà tutte le sfumature del grigio esistenziale. E mentre Chiara si prende il suo tempo, il mondo attorno a Guido sembra crollare e ricostruirsi, nel moto perpetuo dei sentimenti e degli eventi quotidiani che romanzano la vita di tutti.

 

La commedia sentimentale è ovviamente imbandita da Duccio Chiarini sul tavolo dell’umanesimo generazionale attento a non mancare nessun gancio del comune sentire: c’è il malessere dei freschi quarantenni, per i quali è troppo presto per essere già così in ritardo sulla vita, sugli amori, sulla carriera; c’è l’insicurezza lavorativa di un popolo non più giovane e ancora precario; c’è la genitorialità estirpata per calcolo da fine mese; c’è lo spirito di gruppo (d’amici) che sostituisce quello di famiglia, col corollario della solidarietà tra disgraziati sentimentali e impenitenti cronici… Insomma, l’apparato complessivo risuonerebbe di un certo muccinesimo di ritorno imbastito sui soliti scenari mediamente borghesi, se non fosse che Duccio Chiarini usa il cinema con una certa dolcezza prima ancora che con la solita sapienza (qualcuno direbbe furbizia), costruendo un impianto commediale che sa gestire la vaga malinconia dei personaggi con serenità, senza urgenze performative, senza scene madri, senza fragore drammaturgico. Il protagonista è un connettore funzionale alla gestione della coralità necessaria a squadrare l’insieme della scena umana rappresentata, ma è anche un personaggio che sa essere permeabile al quieto dolore di cui si fa portatore. Pur restando espressione di un cinema di sceneggiatura a piazzamento alto, dotato dunque di caratteri ben costruiti, battute di dialogo efficaci sia in approfondimento che in comicità, L’ospite è un film che elabora il sentimento di cui si nutre e lo offre allo spettatore come un vissuto emotivo e non come una mera chiave drammaturgica. E poi Chiarini sa far lavorare bene i suoi attori, lasciando loro lo spazio delle sfumature psicologiche, pur nell’immancabile ingombro del dialogato, che però, a dire il vero, ricade più sui personaggi maschili che su quelli femminili (sceneggiatura firmata a otto mani, tutte maschili…). Sarà anche per questo che spiccano le tre interpreti: Silvia D’Amico, che è Chiara , ma anche Anna Bellato e Thony. Il ritmo è incisivo e le rifiniture efficaci, per quanto pur sempre un po’ a rischio di ricaduta didascalica, come dimostrano le citazioni letterarie e gli inserti musicali, compreso il cameo comunque azzeccato di Brunori SAS.

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