Un mondo sul baratro: Sirat di Oliver Laxe

“Sirāt” è una parola araba che si può tradurre in vari modi: “sentiero”, “via”, “passaggio”, ma soprattutto “ponte”, quello che unisce/separa inferno e paradiso; chi lo attraversa “è avvisato che esso è più stretto di un capello e più affilato di una spada”. Così si legge anche nella didascalia posta in apertura di Sirāt (il cui titolo internazionale è stato semplificato in Sirat), quarto lungometraggio di Oliver Laxe, regista e attore nato in Francia ma di famiglia spagnola, anzi galiziana (e la Galizia esprime la sua autonomia anche tramite una filmografia originale e d’avanguardia) – dato significativo per “inquadrare” l’opera del cineasta quarantatreenne, sempre inscritta in una ricerca estetica e filosofica. Cinema, quello di Laxe, “che brucia”, per parafrasare il titolo del suo terzo film O que arde. E che si conferma in tutta la sua densità in Sirāt, il testo più fluido di Laxe, nel senso della costruzione diegetica, ma perfettamente inserito nella materia esplosiva che si manifesta in ogni immagine creata dalla visione di un autore al tempo stesso irrequieta e dolce. Qui Laxe non recita (memorabile è l’interpretazione di se stesso in The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers di Ben Rivers, metacinema e deflagrazione delle frontiere tra finzione e documentario), e la materia esplosiva di cui sopra assume una valenza letterale man mano che i fatti si succedono.

 

 
Siamo nel pieno di un deserto – tutto il film si svolge in quegli spazi – non specificato, ma alcuni riferimenti conducono a quello marocchino nel momento in cui i personaggi esprimono l’intenzione di spingersi a Sud, al confine con la Mauritania (ma poi il cinema “inganna” e Sirāt alterna set spagnoli e marocchini). Da una parte c’è una comunità di frequentatori di rave, dall’altra Luis, un padre che, insieme al figlio piccolo, Esteban, e al loro cane Pipa, è in cerca della figlia Mar, della quale si sono perse le tracce da mesi. Si capirà che la ricerca della ragazza rappresenta un McGuffin per di-segnare, scena dopo scena, incontri e evoluzioni relazionali, diffidenze e accettazioni, condivisioni e complicità tra un uomo che rimette in gioco la sua esistenza (magnifico Sergi López nel ruolo di Luis, corpo appesantito, sguardo smarrito e poi in sintonia con quanto lo circonda e chiamato a superare anche un dolore atroce – in un film che è abitato dai dolori e dai lutti) e il gruppo dei ravers coi quali entra in contatto, cinque personaggi di varia provenienza che hanno deciso di essere famiglia apolide, un “corpo unico” che ha lasciato la cosiddetta “civiltà” per un vivere da inventare ogni giorno nella più stretta intimità e in un desiderio di vita d’immensa potenza (dovrebbe vederlo questo film il governo italiano e imparerebbe molto…).

 

 
Sono tre uomini e due donne e, a differenza di López e Bruno Núñez Arjona (Esteban), non sono attori professionisti (e uno dei miracoli di Laxe è stato “fonderli” con esemplare passione), interpretano se stessi e fanno dei loro corpi uno stra-ordinario elemento politico sprigionante una gamma espansa di emozioni, una libertà alla quale non venire mai meno. Nella scena del rave posta all’inizio vengono “ritagliati” tra la folla e i loro nomi impressi sullo schermo: Jade Oukid (Jade) e Stefania Gadda (Stef), le più punk di tutti; Tonin Janvier (Tonin), senza una gamba; Richard Bellamy “Bigui” (Bigui), cui manca una mano; Joshua Liam Henderson (Josh). Sono bellissimi corpi-freak (e non è un caso che uno di loro indossi una maglietta che richiama Freaks di Tod Browning) scatenati, che si amano e fanno amare, mai stanziali. Così come non lo è Sirāt, film on the road a bordo di un camper, un pulmino, un camion, poi a piedi, infine i sopravvissuti su un treno che avanza in soggettiva verso non si sa dove – l’inferno oppure il paradiso.

 

 
Perché Sirāt (fra deserto, montagne rocciose, colline, strade asfaltate o impervie, burroni, un fiume da guadare, un campo minato, una moltitudine di corpi estatici e a riposo, sole e pioggia, caldo, vento, polvere, notti e giorni, dissolvenze incrociate che segnano il procedere verso una destinazione che rimarrà sospesa) mette in scena un mondo sul baratro, una guerra è appena scoppiata e potrebbe portare alla fine del mondo (ma “è da tanto che c’è la fine del mondo”, dice uno di loro), colonne militari si aggirano e i soldati emanano ordini di evacuazione per gli occidentali. Il rave e “il suono che non è mai uguale”, afferma Jade, è minacciato, come qualsiasi altra cosa, dallo stato di catastrofe in atto. Gli ambienti, i corpi, i mezzi di trasporto fanno venire in mente Mad Max. Meglio non seguire le imposizioni che vengono dall’alto e che restringono le libertà. Meglio proseguire per la propria strada fatta di detours e imprevisti, ma sempre mantenendo umanità e dignità, portandosi dentro ferite e traumi, affrontando, senza conoscerne il risultato, quel “ponte” che unisce/separa buio e luce. Sirāt è tutto questo e tante altre cose. Un film necessario, altamente politico, la fotografia di un mondo che si sta annientando. E un film (girato in Super 16mm) che è segno di un cinema che pulsa, batte, si dibatte, sbanda, come i corpi che filma, in movimento, in estasi, in surplace, sempre all’interno di una coerenza rara da trovare oggi sugli schermi.