La linea narrativa e la linea della vita, connessioni e separazioni si susseguono nello spazio di una finzione che non trova più i propri confini: Amarga Navidad, il film col quale Pedro Almodóvar è in concorso a Cannes79 (già sugli schermi italiani), più che una rappresentazione della fragilità del confine tra vita vissuta e vita narrata nella mente di un autore, sembra quasi una riflessione sul sempre più pressante assedio cui la finzione è soggetta da parte della realtà… Il gioco degli specchi oscuri tra spazio scenico e spazio esistenziale è materia abituale del cinema autorappresentativo ed esponenziale di Almodóvar: la pagina bianca della scrittura, la narrazione affidata alle figure in scena, il dedalo di rimandi e citazioni in cui i suoi personaggi si ritrovano intrappolati, sono materia sostanziale della sua opera. La storia di Raúl Rossetti (Leonardo Sbaraglia), l’immaginario e autobiografico regista di fama internazionale protagonista di Amarga Navidad, non sarebbe poi così nuova se non fosse per la radicale inversione del rapporto prioritario tra vita e finzione che il film mette in scena.

La tastiera del computer è il regno sul quale Raúl domina da creatore assoluto, la pagina bianca sul monitor accoglie il testo del suo nuovo film, che Almodóvar ci mostra sullo schermo mentre viene scritto. Raúl non sa bene dove portare il suo lavoro, se non nel perimetro di incertezze e indecisioni che attraversa in quel momento. E allora la storia che sta scrivendo è quella di Elsa (Bárbara Lennie), una regista che, durante una vacanza destinata a farle superare le crisi di panico che la attanagliano da un po’, sente il bisogno di scrivere un film per tornare a fare cinema dopo anni di carriera pubblicitaria. L’ispirazione Elsa la trova nelle vite delle amiche che la accompagnano: prima Patricia (Victorie Luengo), giovane madre in crisi matrimoniale, poi Natalia (Milena Smit), che invece affronta una grave depressione per la morte del figlioletto. Tutto questo è ovviamente lo specchio opaco in cui si riflettono anche fatti e drammi delle persone che circondano Raúl: il suo assistente e compagno Santi (che ha il suo alter ego in Bonifacio, il prestante compagno di Elsa nella finzione) e soprattutto Monica, la sua fedele agente che, come Elsa, ha dovuto prendere un periodo di pausa per accompagnare in un importante viaggio una sua amica depressa.

Tutto questo è gestito da Almodóvar come uno spazio narrativo ad un tempo neutro e fortemente polarizzato ed è proprio questa la qualità particolare di Amarga Navidad: la possibilità di raccontare la storia del film partendo dalla finzione di cui è protagonista Elsa o dalla rappresentazione problematica dell’atto creativo di cui è protagonista Raúl. Ovviamente avendo ben a presente che poi, nell’ottica della messa in scena ordita da Almodóvar, questi due testi sono tanto consecutivi quanto paralleli… Il punto critico del film, la sua questione centrale, sta proprio nella possibilità di vedere i due livelli narrativi – quello di Raúl e quello di Elsa – come conseguenza l’uno dell’altro, oppure come linee parallele della narrazione di almodovariana, che le contiene entrambe. Questa del resto non è solo una questione teorica, perché il dilemma morale che Almodóvar dichiara (“Chi crea dispone di un diritto illimitato a trarre ispirazione da tutto ciò che lo circonda per il semplice motivo che la vita degli altri fa parte della sua esistenza?”) sta proprio sul crinale di questa alternativa: chi, tra la verità e la finzione, ha diritto di prelazione sulla nostra coscienza?

Alarga Navidad è un testo senza via d’uscite, dunque senza risposte a questo dilemma… Ciò che colpisce maggiormente nel film è il senso di assedio che la finzione sembra subire dalla vita, l’incapacità dell’atto creativo di svincolarsi dalla realtà: l’impotenza creativa di Raúl è un atto di resa dell’artista, ma anche un gesto di vittoria, la rivendicazione del suo diritto di guardare i drammi che lo circondano e trasfigurarli in narrazioni che cercano un senso… Rispetto a tutti gli altri film di Almodóvar, sempre così strutturati e architettonici, Amarga Navidad è un testo straordinariamente aperto, in cui lo spettatore finisce per perdere le coordinate, sospeso com’è nella stratificazione delle storie che propone. I temi di cui si nutre (il dolore, la morte, la maternità, i legami, le paure…) sono tracce di una organizzazione narrativa che questa volta non trova uno schema preciso, ma naviga a vista lasciandoci sospesi sulla domanda che in fin dei conti Almodóvar si pone e ci propone: quanto siamo padroni delle nostre vite?


