Il potere sulla famiglia: Yellow Letters, di İlker Çatak

Le lettere gialle del titolo sono quelle di licenziamento, che irrompono nella vita dei protagonisti Aziz e Derya, marito e moglie, per diventare fulcro del nuovo dramma di İlker Çatak, Orso d’Oro a Berlino 2026, a conferma del brillante percorso dell’autore turco-tedesco dopo l’apprezzatissimo La sala professori (che era arrivato quasi all’Oscar). Dalla scuola, Yellow Letters si allarga così al mondo culturale in senso più ampio, essendo Aziz e Derya un drammaturgo e un’attrice, attivi politicamente nella scena teatrale turca, mentre lui insegna pure all’università. Quel licenziamento, giunto come un fulmine a ciel sereno, riverbera varie situazioni che hanno effettivamente contraddistinto la realtà del paese euroasiatico dopo il fallito colpo di stato del 2016, quando il governo nazionale si è accanito in modo tanto particolare quanto incomprensibile sui settori culturali. Non solo si parla di circa 2000 artisti sospesi e portati in tribunale, ma di fatto molti di loro non capivano nemmeno i motivi molto futili di volta in volta addotti per giustificare il licenziamento. E, al pari di quanto accadeva nella sala professori, anche stavolta il gesto produce conseguenze a catena che arrivano a investire la realtà nelle sue forme tanto private quanto istituzionali.

 

 
Il teatro innanzitutto, su cui il film si apre, così come la televisione del finale, sono posti “chiusi” ma permeabili al mondo di fuori, con cui hanno una dialettica ora critica, ora accondiscendente, dove le azioni ricadono a pioggia sul privato. In questo senso, Yellow Letters è un film che interroga i meccanismi stessi della messinscena, mettendoli a confronto con i rituali sociali e le dinamiche di interazione fra i personaggi. Sotto la lente, primo fra tutti, c’è il matrimonio fra Derya e Aziz, che risente della pressione in corso e che si fa terreno di scontro personale, tra volontà di sostenersi a vicenda e recriminazioni sopite. Contigua è l’istituzione familiare, con la crisi che si evidenzia in maniera esasperata con la figlia Ezgi, insofferente tanto ai dettami più severi della madre, quanto al tono maggiormente comprensivo del padre, entrambi avvertiti come costrutti sociali di una realtà che non indaga mai realmente nel profondo le cause del suo disagio. Inserito in una struttura basata sull’intera messinscena dei luoghi – Berlino e Amburgo fanno da quinta rispettivamente per Ankara e Istanbul – Yellow Letters crea così uno sfasamento percettivo che è lo stesso dei suoi protagonisti, affini agli altri personaggi del cinema di Çatak, granitici nelle loro certezze ma poi costretti a rimetterle in discussione a causa di situazioni estreme che ne ridefiniscono l’identità.

 

 
Il gioco dei luoghi e degli spazi è paradigmatico: a fronte della stanzialità offerta dai già citati posti “chiusi”, i protagonisti sono spesso in movimento o invitano gli altri a farlo (Aziz spinge i suoi studenti a uscire dall’aula e andare a partecipare ai cortei di protesta per esempio). I due rincorrono la figlia, sostengono colloqui di lavoro, si trasferiscono dalla madre, in una sorta di compulsività, che tenta di scuotere una condizione di immobilismo cui sono giocoforza costretti dalla realtà sociale e politica, sempre pronta a condizionarne i destini, metterne in crisi le certezze e rivederne i ruoli. Accanto al dramma politico, Çatak indaga così una conflittualità quasi endemica di un mondo intellettuale evidentemente impreparato a quella bufera che pure corteggia costantemente nei propri lavori: sebbene anime critiche verso gli apparati del potere, tanto Aziz quanto Derya evidentemente sottovalutano la portata delle azioni censoree del governo, che non sono solo quelle più spettacolari sintetizzate dal licenziamento via lettera gialla.

 

 
Al contrario, investono anzi la micro gestualità quotidiana, il postare sui social, lo scattare una foto con il politico di turno, tutti eventi che vengono poi passati in rassegna di fronte al dramma, al pari della deposizione che Aziz deve scrivere con certosino equilibrio quando dovrà difendere la sua causa nell’aula del tribunale – altro luogo “chiuso” e in cui va in scena uno spettacolo del potere, che fa il pari con la moschea in cui lo stesso Aziz cerca il contatto con il cognato e la comunità da cui ricevere un nuovo lavoro. Çatak riesce perciò a modulare un dramma dalle conseguenze ampie in un racconto personale e articolato su dinamiche tanto piccole quanto universali, che lasciano riverberare l’ingiustizia anche al di fuori della realtà turca, interrogando le armi spuntate del mondo di fronte ad abusi che ormai agiscono a livello microscopico perché perfettamente inseriti nella quotidianità. In questo senso è tanto una forte requisitoria contro il potere, quando una lucida riflessione critica su un mondo culturale spesso chiuso in sé stesso e abituato a compiacersi di un radicalismo ben protetto da posizioni consolidate. Il finale in questo senso è tanto una situazione di compromesso quanto il risultato di un processo di liberazione, che vedrà i due protagonisti più fragili, in ruoli diversi e anche ribaltati rispetto ai loro consueti, ma forse anche più maturi e consapevoli del mondo che sta loro intorno.