Intransitivo come ogni incubo covato nel profondo del cuore, un inferno privato e personale, senza accesso e senza uscita, uno spazio semplicemente mentale per dire ciò che la mente non osa pensare: Her Private Hell (fuori concorso a Cannes79) riattiva la sfera visionaria del cinema di Nicolas Winding Refn ultima maniera, prono sul cotè dark del suo sguardo altamente performativo, lasciandosi alle spalle il confine del noir che pure ha definito così bene nella sua prima stagione. Un horror griffato, ancor più che “d’autore”, costruito come un oggetto d’arte che assorbe la luce nella notte profonda in cui si muovono Elle, la sua matrigna Dominique e la nuova arrivata Hunter. Un gineceo di bellezza abbacinante (sono rispettivamente Sophie Thatcher, Havana Rose Liu e Kristine Froseth) rinchiuso in un palazzo dai corridoi dorati, spazio interiore contrapposto all’urbanistica indefinita della città onirica concepita da Refn, bagnata da luci al neon e soprattutto immersa nel buio assoluto di una perenne notte: edifici mastodontici, strutture statuarie e cristalli luminosi che stanno tra Giger e Tatopoulos (da Dark City in avanti).

Su tutto grava la minaccia di una nebbia misteriosa che porta con sé la creatura che governa gli incubi di questo spazio: The Leather Man, essere terrificante dagli occhi di fuoco, avvolto in una tuta di pelle nera come fosse un Cenobita di Clive Barker. Non l’unica figura dominante maschile di questo universo femminile: l’altra è quella del padre di Elle, Johnny Thunders (Doughray Scott), padrone e signore di questo mondo, verso il quale sono protese le tensioni e l’attrazione sia della sua seconda moglie, Dominique, che figlia. Refn costruisce questo set come un globo di materia oscura da scrutare in profondità per coglierne gli elementi, spazio astratto e fluido dominato da strutture tetragone e popolato da figure che incarnano ruoli tanto schematici quanto magmatici. Retto da una struttura meramente visuale, Her Private Hell è un film che non ha spazio né tempo, ma solo coordinate psicologiche articolate come figura magmatica.

La mitopoiesi fantastica elabora funzionalità fiabesche per destrutturare lo schema della narrazione, piuttosto che per confermarlo: alla figlia prigioniera del castello si oppone ovviamente la matrigna dal carattere doppio, e il cacciatore che porta la morte. Ma c’è anche il principe salvatore, che crea uno spazio narrativo supplementare, attivando un improprio flashback che procede parallelamente, in contrappunto, per tutto il film: il suo nome è Private K (Charles Melton) ed è un soldato americano che si muove combattivo tra yakuza e geishe, cercando di ritrovare la figlia persa in un incongruo scenario da quartiere notturno della Tokyo occupata. Costruito su queste dinamiche, Her Private Hell ha una funzionalità espositiva e autoconclusiva, quasi uno spazio concavo, in cui l’inclusione di Hunter, la nuova arrivata portatrice di luce e ingenuità, produce un controcampo rispetto alla vortice oscuro in cui si agitano senza possibilità di uscita Elle
e la sua matrigna Dominique. Nicolas Winding Refn non lascia più margini di azione interpretativa per i suoi film: ancor più di The Neon Demon, un’opera come Her Private Hell si offre con una struttura puramente mostrativa, senza cercare un secondo livello rappresentativo ma concludendosi nello stile e nella forma di cui si nutre.


