Cannes79 – El ser querido di Rodrigo Sorogoyen e la vivisezione del rapporto padre-figlia

Esteban Marinez è un regista di chiara fama. Per ragioni personali ha lasciato molti anni prima la Spagna per gli Stati Uniti, ma ora ha deciso di tornare a casa. Ispirazioni, sogni, decisioni da prendere e situazioni lasciate alle spalle con cui fare i conti. È in un ristorante, seduto al tavolo con una giovane donna. Qual è il legame che li unisce, chi sono l’uno per l’altra, cosa hanno di fondamentale da dirsi? El ser querido di Rodrigo Sorogoyen (in Concorso a Cannes79) inizia a interrogarci sin dalla prima inquadratura. A quel tavolo Esteban sembra integro, sicuro, propositivo. Lei, Emilia, freme dal nervosismo, beve, sorride rigida. Scopriamo presto che quella coppia a prima vista di ipotetici ex amanti nasconde invece un rapporto tra un padre assente e una figlia dolente che sarà la traccia del resto del film. Esteban è lì, chissà, forse per farsi perdonare. Emilia lo riporta alla realtà, una realtà che la insegue da quel lontano abbandono subito e non del tutto metabolizzato. Esteban vuole che Emilia sia la protagonista del suo prossimo film. Lei, attrice per passione e cameriera per necessità, vuole pensarci su, ha paura che la scelta del padre nasca più da un mai sopito senso di colpa che da una reale stima professionale.

 

 
Esteban si presenta rassicurante e protettivo, quasi a sedare la tensione; Emilia non riesce a staccarsi dal trauma di un passato che la opprime. Deciderà alla fine di buttarsi in quell’avventura, un set cinematografico – nel deserto suggestivo e metaforico dell’isola di Fuerteventura – che si trasforma man mano in un setting psicoanalitico, mettendo a nudo rabbie e fragilità, rimossi e rancori, alla ricerca di un affetto catartico così difficile da trovare. La prima sequenza, interminabile e magmatica, di El ser querido prepara lo sviluppo narrativo e contiene già il film che vedremo. Nessuno sa mettere in scena, oggi, i dialoghi come Sorogoyen: con un uso sapiente del campo e controcampo che però nasconde impercettibili cambi di angolazione, di fuoco, di vicinanza ai protagonisti, trasmette immediatamente ciò che è necessario sapere dei personaggi. Pochi minuti e siamo lì con loro, una manciata di inquadrature e dialoghi e ci sembra di conoscere da sempre i limiti e le debolezze che li incartano. El ser querido è anche un film sul cinema, sull’atmosfera del set, sui rapporti di potere che si sviluppano e rischiano di soffocare una forma artistica basata su una ferrea gerarchia. È proprio sul set – e il film nel film non casualmente parla di colonialismo, di relazioni di forza – che i ruoli si sdoppiano e si sovrappongono. Il padre assente diventa l’autore che tutto può e tutto manipola, la figlia abbandonata da bambina si trasforma in creta indocile, riluttante però a farsi modellare fino in fondo.

 

 
La sceneggiatura, scritta da Sorogoyen con Isabel Peña, è affilata come una lama nel vivisezionare ogni increspatura di un rapporto sempre instabile, teso come un cavo elettrico, tra i due protagonisti; la regia di Sorogoyen – che si permette cambi di grana e formato, con momenti in cui il colore lascia il posto a un bianco e nero giustificato sempre dalla temperatura emotiva del film – è di lampante lucidità, crea e disfa atmosfere di tensione ansiogena che annullano la distanza tra lo spettatore e le relazioni sempre più intricate dei personaggi sullo schermo. Javier Bardem, monumentale, regala al suo Esteban – ex regista trasgressivo e ora uomo solo apparentemente pacificato – un senso di minaccia potenziale mentre Victoria Luengo (protagonista sempre per Sorogoyen della bellissima serie tv Antidisturbios) incarna Emilia con rabbia mai sopita, una donna ferita ma venata di una fragilità mai doma. El ser querido è un film che parla di ruoli pubblici e privati, indaga l’anima dei personaggi con sguardo preciso, senza mai cadere nel sentimentale ma non mantenendo una distanza eccessiva che potrebbe raffreddare l’immersiva empatia che avvolge il film. Che Sorogoyen fosse uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo, europeo e non solo, già lo sapevamo: El ser querido lo conferma, costruendo una delle più cristalline e avvincenti descrizioni di un rapporto padre/figlia (regista/attrice, uomo/donna) a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere negli ultimi anni.