Mihai e Lisbet stanno traslocando in Norvegia; sono una coppia – lui rumeno, lei norvegese – con cinque figli a carico. L’accoglienza è la migliore possibile: porte aperte per il “diverso”, un sistema che teorizza, prima di metabolizzare, l’inclusione. Una scuola democratica, un assistenzialismo cosciente, un welfare che funziona per tutti. E invece Fjord (in Concorso a Cannes79), escursione nordica del rumeno Cristian Mungiu, spariglia le carte e mette sotto scacco le nostre certezze progressiste di buoni occidentali. Mihai e Lisbet sono, ontologicamente, una miscela etnica e culturale. Rappresentano un proletariato da accogliere con i fuochi d’artificio, se non ci fosse il problema della loro dedizione a un Dio che può sembrare – agli occhi di molti – vagamente datato. Una coppia votata alla religione e alla tradizione in un paese il cui laicismo è l’unica stella polare, ripiegato sulle proprie “magnifiche sorti e progressive”. Un livido apparso sulla schiena della figlia più grande – la più aderente nella sua nuova famiglia ostentatamente integrata – fa sorgere un dubbio, suscita un disprezzo, concretizza un’ipotesi. Per alcuni è un’occasione per mettere in discussione ed espellere quel corpo estraneo che si voleva simile ma si è rivelato improvvisamente diverso. Mungiu è implacabile nel mettere sotto scacco le posizioni in campo. Da una parte i “colonizzati”, freschi di cittadinanza ma ancora legati a un Dio fuori luogo e fuori tempo; dall’altra i “nativi”, che portano in sé il seme della giustizia, il logos di una ipotetica superiorità morale, accoglienti ma succubi di un’ideologia ostentatamente maggiore.

Mungiu, che ha scandagliato gli interstizi del potere nella Romania post-sovietica, si concede una deviazione internazionale che non confonde, ma puntualizza, la forza emotiva del suo cinema. Scandaglia, ancora una volta, le braccia dei più deboli; ragiona sugli ultimi che devono trovare giustificazione. Fjord inizia il suo racconto con l’accettazione protettiva e deferente di una comunità: abbracci per mostrare il lato più benevolo dell’occidente. Mungiu mette in scena quell’istante falsamente idilliaco e ci impone un primo atto di presentazione: descrive un’accoglienza che sa di buono, ma decide anche di mettere alla prova la nostra ottima coscienza. Le certezze di noi spettatori sono messe in discussione e crollano presto: messe alla berlina con inusuale crudeltà. Il racconto di Mungiu mette in discussione, obbligandoci a uno scacco: l’operato dei servizi sociali – iperprotettivi e ferocemente über democratici – della Norvegia. Mungiu ne scruta l’ipocrisia recondita, mette in atto una lotta che non può che essere sociale e politica. Chi sono i deboli da proteggere in questa situazione? Chi gli esclusi, per ragioni sociali più che sentimentali, oggettive più che personali? Mungiu, da europeo “marginale”, coglie le ragioni dei dissenzienti – per quanto deboli e futili possano essere – per provocare un corto circuito al nostro sdegno democratico.

La famiglia di Mihai e Lisbet, condizionata da una fede forte quanto auto sabotante, è vittima inconsapevole delle proprie posizioni. La violenza che viene loro inflitta, dalle regole modernissime di un potere democratico mai messo in discussione, crea un corto circuito. Mungiu assorbe i brandelli di questa storia raggrumata con consapevole maestria: mette in scena il mistico della natura norvegese mostrando l’affascinante apparenza senza dimenticare l’immanenza (e l’imminenza) del pericolo. Le frane e le valanghe sono furie che informano ogni tentativo di riportarsi a una serena quotidianità. Un bradisismo emotivo che non risparmia nessuno. Fjord racconta l’impossibilità di un’Europa differente perché, anche nelle migliori intenzioni, il potere del giudizio e della forza soffoca qualsiasi libertà. Mungiu mette in scena le parti, paradossali, di una comunità divisa, pensata come retrograda, ma abbracciata per mostrare e condividere i limiti di un’ottusità altra, quella che riguarda noi. Fjord parte come un dramma sociale e si sviluppa come un’opera di indagine, mettendoci tutti sotto investigazione. Cosa facciamo per evitare una sperequazione sociale, addirittura etnica? Cosa siamo disposti a mettere in gioco per evitare discrepanze? Come ci poniamo davanti alle ingiustizie? Come giudichiamo con distacco ciò che ci contesta e in cui non sappiamo riconoscerci? La nostra barra ideologica è sufficiente ad accogliere una vera giustizia? Mungiu ci dice che, acciambellandoci nella nostra zona di conforto, rischiamo di perdere di vista il barlume della nostra umanità: il timbro con cui potremmo continuare a sopravvivere senza doverci, alla fine, vergognare.



