Orizzonti d’amore: a Cannes79 Coward di Lukas Dhont

Il setting di Coward Lukas Dhont lo aveva già provato, per gioco, nell’incipit di Close, coi due ragazzini che, giocando tra loro, simulano una situazione bellica di assedio e di fuga. In Coward (a Cannes79, in Concorso) però la guerra è vera, siamo davvero sul fronte del primo conflitto mondiale, anno 1916, tra le fila dell’esercito belga. Sul treno che lo porta in prima linea, Pierre si guarda intorno un po’ smarrito e pian piano si unisce al chiassoso coro dei commilitoni: Dhont alza di una tacca l’età del suo protagonista, non più un adolescente, ma un giovane uomo. Volto ossuto come il corpo, capelli biondi, sorriso franco e un po’ insicuro, Pierre sta andando al fronte per fare la sua parte, anche se non sembra sapere davvero quale essa sia…

 

 
Lukas Dhont scrive su di lui tutte le incertezze ma anche tutte le certezze di questa storia: Pierre (che è interpretato dall’esordiente Emanuel Macchia) si muove un po’ meccanicamente in tutto quel caos di retrovia in cui si ritrova indaffarato, tra bombe da scaricare, turni di notte in trincea e di giorno in cucina, guardie ai prigionieri tedeschi, escursioni sulla linea di fuoco per raccogliere i tanti morti e i pochi feriti. Qualcosa in più sul proprio ruolo in tutta quella follia sembra capirlo Francis, anche lui biondo ma più esile di corporatura e più sfilato in volto (lo interpreta Valentin Campagne, visto in Il caso 137): del resto, a differenza di Pierre, che a casa è contadino, Francis nella vita civile fa il sarto nella bottega di famiglia e prendere le misure delle persone e della vita deve sembrargli più facile… Di stanza nelle retrovie, Francis ha convinto i superiori a fargli allestire uno spettacolino per tirar su il morale delle truppe danzando en travesti con alcuni volenterosi commilitoni. È in questo contesto che lo sguardo suo e di Pierre s’incrociano, i loro occhi si dicono qualcosa che ci metteranno un po’ a confessarsi, ed è così che inizia la storia di loro due, del loro amore al fronte, del bisogno di Pierre di immaginare un futuro con Francis anche dopo la guerra e della certezza di Francis che invece tutto finirà con la guerra, dopo di che dovrà tornare a casa per dar seguito alla bottega del padre, fare figli e via così…

 

©Thomas_Nolf (anche foro d’apertura)

 
Ecco, Coward è un dramma tarato sul bisogno dell’amore di essere accettato, scritto nello spazio di una storia d’amore impropria che unisce due corpi che il mondo ha classificato come carne da macello e che invece, in virtù di un’attrazione inattesa, si scoprono uniti nella salvezza dell’amore. Che questa salvezza sia garantita dall’arte di retrovia che preserva Francis e insieme a lui anche Pierre, è un dato che nella realtà storica della guerra qualcuno potrebbe anche indicare come codardia, al di là del valore simbolico che può avere nel film. In realtà Lukas Dhont coglie due personaggi in uno scenario di morte e li astrae in virtù dell’arte di cui sono portatori, che permette loro di sfiorarsi, toccarsi, danzare. Il film tutto questo lo racconta con precisione, ma va detto che rispetto a Girl e Closer, al dramma raccontato in Coward manca sia il pathos che la ratio, oltre che la visione sociale d’insieme. A Dhont interessa evidentemente scandagliare i cuori dei suoi due protagonisti e cercare in loro il coraggio prematuro di una coscienza di coppia che i tempi non prevedono ancora. Ma poi non si prende mai il tempo di creare un contesto sociale concreto rispetto al quale identificarli: l’assetto marziale del fronte resta un po’ vago, nonostante le scene di morte in trincea e i corpi mutilati e inerti che ci vengono mostrati più volte. Pierre e Francis restano estranei alla nostra sensibilità, mancano di una statura sentimentale e sensuale vibrante tanto quanto mancano di consapevolezza effettiva, forse in ragione dei tempi e del contesto in cui si trovano ad agire. Lukas Dhont, che nei film precedenti ha dimostrato di saper sviluppare adeguatamente il contrappunto tra lo spazio identitario di genere dei suoi protagonisti e quello più o meno normativo della società (scuole, famiglie, istituzioni), in Coward non trova i volumi per sviluppare il dramma, non approfondisce davvero la relazione tra i due protagonisti, sicché giungiamo allo sviluppo finale, postbellico, della loro storia un po’ freddi e incapaci di relazionarci effettivamente con la loro storia.