La forza di un classico: i 50 anni di La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati

Nella bassa padana cotta dal sole degli anni ’50 un restauratore, Stefano, viene convocato dal sindaco di un piccolo paese che vorrebbe creare attrattive turistiche nella sua zona, fra queste un dipinto del pittore Buono Legnani, un artista che si dice esser stato folle e morto suicida anni prima. L’affresco, su una chiesa del luogo, rappresenta il martirio di San Sebastiano ma presenta diversi dettagli inquietanti che, una volta resi oggetto di un’indagine da parte di Stefano (Lino Capolicchio), sembrano condurlo alla rivelazione di segreti inquietanti. I personaggi che gravitano nell’orbita del paesino sembrano possedere ognuno un pezzo del mosaico, da Antonio (Giulio Pizzirani), amico del restauratore e analista di laboratorio, a Coppola (Gianni Cavina), un autista burbero e attaccato alla bottiglia, passando per Lidio (Pietro Brambilla), un chierichetto dai comportamenti quantomeno bizzarri. C’è anche qualcuno determinato a mettere la parola fine alla ricerca della verità che Stefano porta avanti, una presenza che inizia a farsi sentire con telefonate anonime per poi continuare in un crescendo di crimini efferati.

 

 
Uno degli aspetti che definisce un classico, sia esso del cinema o di qualsiasi altra arte, è la resistenza dell’opera all’azione del tempo. Un classico può non essere immutabile, viene comunque realizzato in un contesto storico ben preciso e mai fuori dal flusso degli eventi e dei cambiamenti, ma qualcosa di esso rimane e continua a parlare a chi ne fruisce anche a tanti anni di distanza. Un’occasione come il restauro in 4K per il cinquantesimo anniversario di La casa dalle finestre che ridono, uno dei film più celebri di Pupi Avati, si presta particolarmente a interrogarsi sulla natura dei classici proprio in virtù di un evidente mutamento del rapporto tra lo spettatore e l’opera. Risulta infatti evidente come i tempi della narrazione si scontrino con la capacità di attenzione drammaticamente ridotta di un pubblico abituato a dosi continue di dopamina in rapida successione. La casa dalle finestre che ridono è un film fatto di attese, di lunghi momenti in cui sembra non succedere nulla benché la narrazione continui a svilupparsi, perché il mondo in cui la storia è ambientata conta e va mostrato prendendosi i tempi necessari per farlo, specie se si tratta di luoghi potenti che più di un narratore hanno ispirato, come la bassa padana che a tutt’oggi è amica di chi inquieta il pubblico con le proprie storie, da Eraldo Baldini con il suo gotico rurale ad Avati stesso, che negli anni ha rinnovato la sua poetica con un’opera più recente ma coerente come Il signor diavolo.

 

 
Quindi, La casa dalle finestre che ridono può definirsi un classico la cui forza espressiva lo rende attuale anche in un tempo profondamente diverso da quello della sua nascita? La risposta di chi scrive è sì, perché il rapporto tra opera e fruitore, in questo caso tra film e spettatore, per essere vivo e fecondo non deve necessariamente essere facile. Il lavoro di Pupi Avati è lì, pronto a parlarti e ad afferrarti le viscere ma devi volerlo, e non basta lasciarglielo fare, è necessaria una partecipazione attiva alla cui base sta una volontà chiara, il che potrebbe sembrare in prima istanza controintuitivo ma non è che nemmeno La Repubblica di Platone o Furore di Steinbeck si lascino consumare distrattamente, magari in spiaggia con la filodiffusione del campeggio che bombarda con il reggaeton e i bambini che corrono fra gli ombrelloni. Il rapporto con i classici è possibile, non dovuto, e questo rende un’opera profonda, cupa e opprimente nonostante il sole che ne satura l’ambientazione qual è La casa dalle finestre che ridono adeguato alla definizione.