Odissea: lo sguardo di Nolan sulla fine dei tempi

Non ricreare mai dalla tua memoria, immagina sempre posti nuovi. Io devo tornare a casa è l’unica cosa che mi interessa.
Dominic Cobb (Inception)

 

Il racconto della fine di un’epoca ma anche la celebrazione di un amore inossidabile al tempo (per dirla con Interstellar, “quantificabile”): è tra questi due poli che si muove l’Odissea di Nolan, amplificando e acutizzando con toni cupi (molto interessante il lavoro sull’horror) un discorso avanzato un po’ dappertutto nel proprio cinema. In particolare, il pensiero si rivolge al precedente Oppenheimer (di cui Odissea è l’ideale estensione e sviluppo) ma, in generale, si può affermare che questo sguardo sulla fine e il fine dei tempi sia un nucleo fondante dell’intera poetica di questo autore, tanto in termini di atto conclusivo e riepilogativo di una fase della vita (del mondo), quanto in chiave di riscrittura mitica (del cinema). Due prospettive convergenti, quella emica e quella epica, sempre attente a considerare la complessità dell’umano rappresentato nella sua fragilità e immerso nelle sue contraddizioni, rapito dai sensi di colpa e dalla nostalgia, istanze sempre intente a qualificare un rapporto unico con le immagini e il loro significato, come appunto Oppenheimer ci ricordava a Los Alamos quando studiava accuratamente le posizioni di osservazione dell’esplosione, autentico e definitivo atto spettacolare (cinematografico, con tanto di visori-occhialini per guardare meglio), processo creativo e distruttivo.

 

 
È chiaro fin dai primi titoli della sua filmografia che a Nolan non interessi solo fare spettacolo ma offrire, a più riprese, e da più angolazioni, un costante confronto con la materia mitica di cui sono fatti i sogni e quindi il cinema stesso. Un segno sancito dal paragone tra Oppenheimer e Prometeo, il Titano punito da Zeus per aver donato il fuoco agli umani, ma già anticipato dalla ricalibrazione della maschera di Batman e del cinecomic. Una conferma suggerita dalle vicende di ciascun protagonista del suo cinema: soggetti problematici posti di fronte a grandi responsabilità ma vittime dei propri limiti, in movimento verso nuove destinazioni ma afflitti dalle proprie inevitabili mancanze. Persi. Disorientati. In attesa dello scioglimento di nodi esistenziali. Attratti e inquietati dalla forza e dal potere, ossessionati e perseguitati dalle proprie idee, come Ulisse, forti di un grande ingegno ma incapaci di porre un freno al proprio ardore. L’eroe di Itaca, dopo l’assedio e la conquista di Troia per mezzo dello stratagemma del cavallo, decide di partire per il ritorno a casa, ma è costretto a fare i conti con le ire di Poseidone e affrontare drammatiche sventure che lo condurranno davanti alle proprie responsabilità. Il costante confronto con Atena, il drammatico incontro con Tiresia e l’Ade, la lunga sosta sull’isola della ninfa Calipso, le creature mostruose Scilla e Cariddi, gli inganni di Circe (che Nolan immagina come un’artista che modella la materia prima e la cui opera di trasfigurazione richiama la pittura di Francis Bacon), lo spaventoso Polifemo, ostacoli che si frappongono al suo ritorno mentre Penelope è insidiata dal pretendente Antinoo e Telemaco studia una strategia per non cedere allo sconforto.

 

 
Sono tante le odissee messe in scena dal cinema di Nolan e sono tante le figure eroiche segnate da un destino crudele, certamente esposte al peso delle responsabilità. È una questione centrale che riguarda tanto il rapporto con le macchine e le invenzioni (qui è il cavallo di Troia, là era la bomba atomica, ma in altrove si trattava della macchina dei sogni o della macchina del trasporto umano di Tesla) quanto il conflitto umano vissuto al cospetto di limiti e potenzialità (qui si tratta del rimorso per i troppi morti causati, là era il disorientamento di fronte alle accuse ricevute e alle colpe assunte). Come ripeteva Cobb in Inception «Io devo tornare a casa, è l’unica cosa che mi interessa», anche Ulisse cerca la strada per casa attento a non confondere il sogno con la realtà. Anzi, travolto dalla troppa realtà e dal destino, con il peso sulle proprie spalle della responsabilità dei tanti morti, si interroga continuamente su quanto sia riuscito a vederci bene. È una questione di sguardi saggi questo Odissea, come più volte viene scandito. Racconto nel racconto, cinema nel cinema, viaggio nel viaggio, un film costruito sull’immagine di un’invenzione (il marchingegno del cavallo, dispositivo cinematografico straordinario), ma anche su quella di un ricordo (la spilla di Penelope, il bastoncino di Sinone), un’idea resistente e altamente contagiosa che rivela tutta la forza e la debolezza dell’umanità.

 

 
Un’immagine-mondo fatta di potenzialità e limite che traduce inoltre il senso della vera eredità consistente nella possibilità di desiderio. E forse è proprio vero che la vita si umanizza solo attraverso il desiderio dell’altro. È per questo motivo che risulta significativo l’insistente elogio dello sguardo saggio, espressione rivolta a più riprese a Telemaco (Holland) poi allo stesso Ulisse (Damon) ma, se si vuole, anche a Penelope (Hathaway). È una questione di sguardi saggi perché Odissea, in quanto film manifesto del cinema nolaniano, vede oltre generando immagini aldilà dell’orizzonte (un po’ come ribadiva Cooper in Interstellar quando rimpiangeva i momenti del passato trascorsi «a guardare in alto il firmamento»). Condizione privilegiata, quella del vedere oltre, di chi vivendo l’attesa attraversa il tempo in modo differente: Telemaco fiducioso della speranza di un futuro andando alla ricerca del padre, Ulisse alle prese con i fantasmi del proprio passato cercando la strada di casa, Penelope ferma nel presente in attesa del ritorno a Itaca. In questo senso, per analogia, Interstellar è il film più vicino a Odissea per come questo dialoga con memoria e identità, libertà e destino. Consapevole del rischio che avrebbe dovuto attraversare, prima del suo viaggio Cooper ribadiva: «Siamo qui come ricordi per i nostri figli. Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli».

 

 
Infatti, nel tempo vissuto da Ulisse lontano da Itaca, da vero erede, Telemaco attende il padre consapevole di fallire cadendo nella tentazione di ripetere semplicemente il passato per un eccesso di identificazione. Il ragazzo dimostrerà uno sguardo saggio perché forte di una autentica memoria, privandosi di una libertà sregolata e senza responsabilità. Il cinema di Nolan allora si interroga sul senso dell’eredità e Telemaco si rivela giusto erede perché, a partire dall’assenza del padre, si metterà in viaggio per cercarlo, col rischio di perdersi del tutto, ma assumendo con coraggio la sua condizione di orfano (come accadeva a Bruce Wayne e, ancora, a Murph Cooper) come eredità consistente nella “possibilità del desiderio”. Telemaco, con la sua giovinezza, incarna l’ideale di un uomo la cui vita si umanizza solo attraverso il desiderio dell’Altro mentre Ulisse dichiara apertamente di essere finalmente libero e capace di affidarsi, pronto a mettere in pratica la lezione più importante: conquistare uno sguardo saggio attingendo dalle cose che conosce, attraversando l’abisso della memoria e del tempo senza mai smarrire la distinzione decisiva tra l’illusione del sogno e la verità della realtà.