L’impresa e i fuochi d’artificio: A New Dawn, di Yoshitoshi Shinomiya

Il fulcro della storia sono i fuochi d’artificio, gli “hana-bi” fermati nell’immaginario globale dall’omonimo film di Kitano – ma la memoria corre anche ai “fiori del cielo” romeriani de La terra dei morti viventi, e il riferimento è tutt’altro che peregrino perché questo in fondo è anche un film di sopravvissuti. La nuova alba evocata dal titolo internazionale A New Dawn sta dunque fra tali estremi, l’ultimo atto di una storia ormai finita e la preparazione di un fuoco d’artificio speciale, lo Shuhari, colossale nelle dimensioni e particolare nell’effetto visivo per la presenza al suo interno dell’Hanarokusho, un pigmento verde di Parigi oggi vietato perché tossico (perché anche i colori possono essere degli ultimi sopravvissuti…). Per il suo esordio alla regia, Yoshitoshi Shinomiya crea una vicenda che guarda indietro, ma parte da una situazione attuale, quella della gentrificazione cui sono state sottoposte alcune zone costiere del Giappone dopo il 2020. Ne è un esempio l’area in cui sono cresciuti i protagonisti Kaoru, Keitaro e Sentaro. Tre ragazzi (due fratelli e un’amica d’infanzia) diventati grandi all’ombra di un genitore che gestiva un’impresa di fuochi d’artificio in una casa che è un vero prodigio architettonico e creativo, fatto di sopraelevazioni, scale in metallo, ambienti che si protendono dalle facciate da fare invidia alla magione della celebre vedova Winchester.

 

 
Il posto, abbandonato infine dagli adulti, sta per cadere sotto le ruspe del nuovo progetto comunale che ha già prosciugato la foce del fiume e ricoperto il terreno di pannelli solari, ma Kaoru e Keitaro, ritrovatisi dopo quattro anni in cui lei si era trasferita a Tokyo, vogliono un’ultima uscita di scena. La loro intenzione è lanciare finalmente quello Shuhari che ormai è quasi una leggenda, di quelle che non si sa nemmeno se siano reali e/o tecnicamente possibili. In mezzo ci sono le incomprensioni del caso, le rievocazioni del tempo in cui la purezza dei fiori del cielo era più facilmente accessibile, ma anche le colpe personali nascoste e che non sono estranee al destino patito dal luogo. È una vicenda che attinge da riflessioni e esperienze realmente vissute dell’autore, rimasto scioccato dal figlio che aveva scambiato una distesa di pannelli solari per uno specchio d’acqua marina (segno di come sta cambiando in peggio la nostra percezione dello spazio), ma è anche un viatico per esprimere le sue esigenze visive. Shinomiya è infatti artista, pittore, designer, autore di spot pubblicitari e nell’animazione si è fatto un certo nome lavorando a opere come In questo angolo di mondo di Sunao Katabuchi – i disegni che raccontano una piccola storia sui titoli di coda sono un rimando abbastanza preciso a quel film – e Your Name di Makoto Shinkai.

 

 
Qui dimostra chiaramente di che pasta è fatta la sua idea di cinema: molto è affidato al dialogo, in una forma anche troppo esibita che denota una certa natura acerba della narrazione, ma la forza propulsiva è dato da uno stile visivo elegante e poetico, capace di alternare animazione tradizionale, acquerello, stop-motion e persino la puppet animation in un’autentica estasi visiva. E anche qualche segno stilistico interessante, come il contorno bianco che stacca le figure umane dallo sfondo. Il fuoco d’artificio diventa così la sintesi perfetta di un processo creativo e di un’idea visiva, perché riecheggia in sé il tratto primario, lo schizzo esplosivo sulla carta del cielo e non a caso nella peculiare versione fornita dal film diventerà uno spettacolo in grado di racchiudere una galassia che si riflette sullo spazio circostante offerto dalla baia, sul cielo e sulle acque, in simbiosi con le condizioni offerte da un tifone. Lo scenario perfetto per un’ultima volta da vivere come se fosse la prima e per un’opera a cavallo fra tempi e realtà essendo, fra le altre cose, anche una coproduzione fra il Giappone e la Francia. Presentato in concorso all’ultima Berlinale e al festival di Annecy.