«Tu non esisti ma io ti sento». È ciò che si ascolta nel brano Avatar – L’amore non esiste, scritto e interpretato da Madame, facente parte dell’ultimo album dell’artista, e inserito nella colonna sonora curata da Fabio Massimo Capogrosso per l’ultimo film di Gianni Amelio. È un mantra che suona forte e chiaro, fin troppo sottolineato perché ampiamente preceduto dal dipanarsi di una vicenda che già aveva mostrato, spiegato e ribadito questo sentimento di mancanza, questa presenza dell’assenza nella vita di Davide (Alessandro Borghi), protagonista della vicenda di Nessun dolore, presentato Fuori Concorso a Venezia 83. Un vuoto esistenziale che il trentenne Davide pare riesca a tenere a bada e a riempire grazie ai libri, posseduti ma non sempre letti, oggetti costantemente presenti nel film, anche quando mancano. Venditore ambulante in una piazza di Roma e proprietario di un grande appartamento pieno zeppo di libri, conduce la propria vita in solitudine, convinto, giustamente, che parole e idee possano cambiare il mondo e che la lettura di un libro garantisca una vita migliore.

La sua cliente più fedele è Elsa (Valeria Golino), una docente universitaria, complice nel fornirgli volumi di seconda mano ma anche indicazioni valide per favorire le vendite. Elsa è una donna pensierosa, dal passato turbolento e dal presente complesso si affeziona a Davide nel momento in cui la vita di lui cambia drasticamente. Sconvolto dall’incontro imprevisto con un bambino, che prima gli viene affidato da un adulto sconosciuto con la speranza di garantirgli le cure necessarie per uscire dall’indigenza, ma che poi, coinvolto in un incidente, vedrà morire in ospedale, Davide è convinto di avere la responsabilità dell’accaduto. Entra così in un inferno personale fatto di reticenze, rimorsi e smarrimento diventando protagonista di un viaggio labirintico tra corsie di ospedale, obitori e sensi di colpa. Qui incontrerà Aminah (Beidja Yahiaoui), una giovane donna impaurita e in evidente attesa di un figlio che deciderà di ospitare in casa sua, e Michele (Valerio Mastandrea), un necroforo ospedaliero con cui entrerà in relazione. È solo la prima tappa di un vagare sghembo che condurrà Davide persino in carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma dal quale uscirà, una volta libero, più forte e consapevole del proprio ruolo nel mondo. Alla sua quindicesima regia di un lungometraggio di finzione, Gianni Amelio torna a quanto espresso e raccontato con Lamerica nel 1994. Come da lui stesso dichiarato, questo film «nasce da un bisogno lontano: che cosa è cambiato da allora, chi è “l’immigrato”? Qualcuno da accogliere o da respingere? Un nuovo amico o un estraneo pericoloso? Negli ultimi decenni il nodo non si è sciolto, anzi il problema si è esasperato, non si vede in prospettiva una ragionevole soluzione. Ma forse la “soluzione” non c’è, o non la si vuole cercare. Forse va trovata nella ragione e nel cuore di ciascuno di noi. Se non abbiamo già perduto, tra le tante occasioni, quella di riconoscerci come esseri umani: cosa difficile e rischiosa».

In effetti, a ben guardare, Nessun dolore è un film che procede cautamente, scegliendo una soluzione più comoda che giusta (parola di cui si sente la mancanza) e preferendo la semplificazione alla complessità, soltanto in teoria denunciata come fonte problematica. Tenendo in considerazione il molto materiale umano messo in campo, la ricchezza e la quantità tematica (una summa delle opere di misericordia che vede carcerati, ammalati, rifugiati, rei confessi), il film preferisce restare in prossimità di una superficie emotiva un po’ scontata e scollata dalla realtà, sottolineando e precisando anche quello che si è già visto, sfiduciando completamente la portata delle immagini. Un’occasione che poteva essere sfruttata meglio, come denuncia la tendenza a speculare sull’emotività nel caso dell’incidente iniziale, o della fantasmaticità del finale, o della semplicità eccessiva con cui si guarda all’analfabetismo, a scapito di situazioni più controllate e suggestive che ricordano l’ultimo Olmi (con le dovute distinzioni, perché qui la deriva moralista si fa prevalente) e, per quanto riguarda l’incedere lento e smarrito di Borghi – per restare in un’orbita letteraria -, le fattezze e le atmosfere kafkiane de Il processo.


