La scelta del fantastico: Hokum, di Damian McCarthy

C’è un uomo in una stanza che scrive, come nel corto He Dies At the End con cui Damian McCarthy aveva iniziato a far parlare di sé nel 2016 attraverso il circuito dei festival. Lì il protagonista era alle prese con un gioco online, qui in Hokum con la storia che sta scrivendo per il suo ultimo romanzo. È la vicenda di un Conquistador che viene messo di fronte a una scelta etica, uccidere un bambino o ottenere un lasciapassare per un tesoro. In sottofondo, in entrambi i casi, ci sono presenze insinuanti nel buio, intagliate nel vano di una porta, in agguato a presagire il fato difficile dei personaggi. Già perché quando si parla di McCarthy, si è sempre in pericoloso bilico fra due possibilità e costretti a fare delle scelte, fra moralità e profitto, vita e morte.
Nel caso del nostro scrittore, Ohm Bauman, la scelta che ha cambiato la sua esistenza è già avvenuta in passato ed è legata a doppio filo alla tragica scomparsa dell’amata madre. In dote gli ha lasciato un carattere difficile, la “pelle dura” per scrivere storie non concilianti verso i lettori, e anche l’attitudine a covare una latente idea di suicidio che infine concretizza nell’hotel irlandese dove soggiorna. Per sua fortuna a salvarlo ci pensa Fiona, inserviente locale di grande empatia e umanità. Che subito dopo, però, sparisce senza lasciare traccia. Così Bauman cerca di scoprire cosa le sia successo, un segreto nascosto nella suite matrimoniale dove si dice sia prigioniera una strega. Ma soprattutto un destino che anche in questo caso si rivelerà figlio di una scelta che la donna aveva fatto…

 

 
Nel mettere in scena il suo terzo lungometraggio, McCarthy conferma così un immaginario ben definito anche dal versante figurativo, con una messinscena classicamente gotica, colori desaturati e uno spiccato senso delle geometrie, evidenti nella location dell’albergo-mostro e nella tendenza a creare sempre nuovi spazi: c’è il cerchio da tracciare in terra con il gesso che diventa un ambiente a sé in grado di proteggere dal male; poi le porte piccoli e grandi da aprire e che snocciolano nuovi locali; il saliscendi dato dall’alternanza fra l’ascensore che sale e il montacarichi che scende in un seminterrato con lunghissimi corridoi. Senza dimenticare nemmeno le trasmissioni televisive con le bizzarre apparizioni del mostruoso Jack the Jackass, già diventato il simbolo del film.
Su questa intelaiatura, l’autore costruisce un meccanismo thriller dalle venature fantastiche, che attinge dal folklore della nativa Irlanda e si pone tra il whodunit hitchcockiano e la psicologia che si fa chiave per misteri ancestrali capaci di rovesciare nella cupezza dei neri la visionarietà in technicolor del Suspiria di Dario Argento. L’indagine thriller infatti spingerà lo scrittore disilluso verso un percorso di ridefinizione delle sue priorità, tra il passato che ha condizionato la sua vita e lo scetticismo di chi non ha la “mente aperta” per accettare la componente stregonesca del luogo in cui si ritrova ad agire.

 

 
In questo senso, la scelta finale che McCarthy demanda allo spettatore è fra una soluzione razionale dell’enigma e una che invece contempli l’intervento attivo del fantastico (in cui è il mostro a punire il cattivo della situazione, come in un film di Guillermo del Toro). Qui Hokum rivela la sua attitudine metanarrativa in quanto meccanismo che ricerca l’ibridazione di stili e riferimenti per dare forma a un congegno multiforme. Un film capace cioè di proporsi con una visualità apparentemente meno dirompente di altri titoli contemporanei (si pensi al fenomeno Backrooms), ma che nei fatti è attraversato da una tensione costante al cambiamento di passo, in linea con un cinema horror contemporaneo che cerca nuove possibilità. Non a caso, la risoluzione del protagonista con sé stesso avverrà sempre all’interno del finale che sta scrivendo per il suo libro, dove la scelta aprirà la storia a nuovi bivi: è da intendersi come la sola rinuncia al tesoro per preservare l’umanità e l’etica o magari la chiave per la riuscita della missione sarà comunque a portata di mano e i due personaggi non se ne accorgeranno? C’è di che discuterne anche dopo l’uscita dalla sala…