Il mondo finisce a a tarallucci e vino: Dog Stars – le stelle dopo la fine di Ridley Scott, un post apocalittico ingenuo

In un futuro prossimo la maggior parte della razza umana è stata falciata da un virus che non lascia quasi mai scampo. I sopravvissuti si dividono in chi prova a sopravvivere in piccole comunità e chi queste comunità le razzia con la massima barbarie organizzato in bande armate. Hig, un meccanico che ha perso la moglie, vive in montagna con il suo cane Jasper e con il survivalista Bruce Bangley, un ex marine che mantiene il mondo a distanza con una cortina di ferree regole di sopravvivenza fatta di turni di guardia e di sortite in città da parte di Hig che guida un Cessna rattoppato. Ma un giorno gli equilibri cambiano, un evento li sconvolge e il meccanico decide di partire per inseguire una voce che di tanto in tanto sente gracchiare nel baracchino del suo aereo, mentre Bangley rimane a difendere il suo forte. Due scelte opposte che porteranno i due soci a mettere in gioco la propria visione, il proprio rapporto con gli altri e la propria dimensione di esseri umani come animali sociali. Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Heller, The Dog Stars – le stelle dopo la fine è il film con cui Ridley Scott torna a misurarsi con un genere a lui congeniale. Confronto poco felice, specie se si considera che parliamo del regista di classici come Alien e Blade Runner.

 

 
E la mano a tratti sembra non averla persa, le riprese del Cessna che sorvola le montagne sono maestose, ma The Dog Stars – le stelle dopo la fine resta poco altro da salvare, ammesso che qualcosa rimanga. La scrittura del film è melensa e tremendamente ingenua, con alcuni personaggi che proprio non funzionano. A partire dai burberi, destinati a diventare amabili burberi e a non pagare fino in fondo le conseguenze dei propri limiti che sembrano trascendere più per esigenze di copione che per un percorso delineato come si deve, che si rivelano ridondanti al punto che il regista non sembra sapere cosa farsene quando se li trova in scena entrambi. C’è poi una trappola telefonata, in cui l’effetto sorpresa svanisce nel momento stesso in cui i personaggi che si dovrebbero rivelare nemici entrano in campo. Si capisce immediatamente dove Scott vuole andare a parare e lo fa raccontando tutto in una maniera inutilmente ed eccessivamente sopra le righe, in un climax che finisce per risultare tirato via. Il concetto di fondo, non ci si salva da soli specie quando il mondo inizia a crollarci addosso, è anche sensato seppur non proprio originale, a non funzionare è proprio il modo in cui viene raccontato, con un sentimentalismo esagerato che spinge sul drammone e finisce per buttare tutto in vacca in un volemose bene liberatorio che disarma completamente qualsiasi pretesa di tensione fino a quel momento portata avanti. A questo si aggiungono diversi dettagli apparentemente trascurabili ma che, nell’insieme, vanno ad alimentare l’ingenuità di fondo della scrittura, dalla mira perfetta di protagonisti che abbattono qualcuno ogni volta che premono il grilletto alla città razziata e abbandonata in cui però nell’ospedale si trova giusto quel che serve per improvvisare una terapia che mette a posto gli ultimi tasselli per chiudere il cerchio smielato e vagamente patetico dell’apocalisse più inoffensiva della storia del cinema.