Dentro il mondo professionale e umano di Marco Bellocchio, con fluida leggerezza, senza la voglia di farne un ritratto che rispetti una cronologia artistica e personale, e nemmeno qualche altra forma di ordinata sistematicità. Il fotografo romano Fabio Lovino, da vent’anni collaboratore del cineasta di Bobbio, può permettersi di guardarlo da vicino mentre lavora (un inedito) e anche di arrivare al cuore della sua complicata (e a lungo taciuta) storia famigliare attraverso testimonianze che si avvertono sentite, talvolta partecipate al limite della commozione. Alla fine, il ritratto di Bellocchio che ne esce, presentato in anteprima al Festival di Locarno e ora nelle sale, assomiglia a un brano jazz, sincopato il giusto, con temi dapprima accennati e poi ripresi per essere sviluppati in maniera più compiuta (quello del tradimento, su tutti); un racconto senza un baricentro, in cui egli stesso esprime parecchio, attraverso confidenze asciutte che però aprono finestre, mentre alle altre voci (di famigliari, attori, colleghi), peraltro mai secondarie, resta il compito di interrogare, definire, chiosare, integrare con tasselli mancanti. Bellocchio è un regista che ha sentito “l’esigenza di partire sempre dalla realtà”, come spiega, precisando che talvolta questa necessità sul set lo ha portato oltre, a fare i conti con l’imprevisto e con il dubbio (“Ma che cavolo sto facendo?”), senza per questo fargli cambiare approccio, perché la realtà si può superare con le riprese: da qui il (sotto)titolo scelto da Lovino per il documentario.

Ed è un uomo che confessa senza tentennamenti il tradimento realizzato nei confronti delle “origini, dell’educazione, dei miei genitori e delle cose in cui credevano”, confermandosi al contempo coerente con le proprie visioni e con l’amore per la verità (“Uno fa finta di sapere, ma non sa. E non puoi far finta di sapere, quando non sai”), in controtendenza con l’autocelebrazione diffusa. Fu Andrea Camilleri, insegnante di Bellocchio al Centro Sperimentale di Cinematografia, a convincerlo a stare dietro la macchina da presa e non davanti, stimolando un percorso che lo ha portato a essere uno dei grandi cineasti europei contemporanei. Anche se poi “è lui il primo a non rassegnarsi a essere un venerato maestro”, come sottolinea il collega (e prima ancora ammiratore) Marco Tullio Giordana, che spiega come egli sia “rimasto il ragazzo ribelle dell’esordio (con I pugni in tasca, ndr)” e come la sua produzione sembri “composta da tante opere prime, per come i film sono diversi tra loro, capaci di sorprendere anche quando pensi di sapere già tutto”. Le testimonianze dei figli (sorvegliata ma sofferta quella di Pier Giorgio, toccante quella di Elena) lambiscono una storia familiare drammatica e in parte tardivamente svelata attraverso il cinema (il suicidio, nel 1968, del gemello Camillo in Marx può aspettare, gemma del 2021), ma infine in qualche modo ricomposta (“Poteva gestire meglio, certo…Ma non c’è rabbia, non c’è rancore, c’è affetto” argomenta Pier Giorgio).

Se Pierfrancesco Favino, uno degli interpreti prediletti, ne sottolinea la natura “impaziente”, e se Fabrizio Gifuni (altro attore assai amato) rimarca la “totale assenza di giudizio” quale approdo lampante della sua traiettoria registica, è lo stesso Bellocchio a fare un upgrade sulla necessità di tradire per crescere e andare oltre, tema centrale di uno dei lavori più interessanti della maturità, appunto Il traditore (che punta l’obiettivo sulla controversa figura del “pentito” per eccellenza, Tommaso Buscetta): “Mi sono allontanato in maniera radicale dalla Chiesa Cattolica, dal capitalismo e dalla psichiatria tradizionale. Ho tradito scegliendo la libertà”. Tra i diversi contributi (come quelli di Daniele Ciprì, del compianto Roberto Herlitzka, della compagna Francesca Calvelli…), brilla un’arguta definizione di Giordana (ancora lui!), che ne mette in risalto la specificità profondamente connessa al mezzo cinematografico: “Al pari di Buñuel, di Welles e di Antonioni, registi non traducibili in diversa forma, anche Bellocchio si può esprimere solo col cinema”.


