Piove ancora nella Roma di Paolo Strippoli, come nel suo celebre film del 2022, ma con un impeto torrenziale che ricorda piuttosto l’incipit di Suspiria, di Dario Argento. Anche in questo L’estranea c’è poi una figura che arriva a una casa dove non è attesa, per far fare allo spettatore un viaggio: quello nella vita dei Colonna, famiglia dell’alta borghesia barese, titolare di una boutique d’abbigliamento nella centralissima via Sparano e di una fama intinta appieno nel benessere economico degli anni Novanta. Un autentico manifesto di felicità coniugale e genitoriale, insomma, che pero si è retto, all’insaputa di tutti, su un colossale inganno. Un segreto che la matriarca Anna ha tenuto nascosto per trent’anni e che ora è pronta a rivelare alla figlia Alice: è la storia di un patto con una figura mefistofelica, che ha sempre preteso una contropartita per la rimozione di ogni ostacolo sulla strada della felicità e che non ha ancora finito di chiedere.
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Ancora una volta, dunque, è l’insieme delle relazioni familiari e dei segreti che lacerano i nuclei a costituire il terreno d’indagine privilegiato degli horror di Strippoli. La narrazione nel frattempo si è fatta più articolata e epica, segue tanto le regole del feulleiton (con una netta divisione in capitoli) quanto quelle del racconto generazionale, attraverso vari salti temporali che forniscono non solo la caratura del singolo affresco familiare, ma anche il quadro generale di un’Italia fatta di ritualità collettive. Momenti in cui si evidenzia bene il contrasto fra la lacerazione interiore dei singoli protagonisti e il senso di unità che lega il mondo intorno. Quello che infatti resta nel percorso delle varie pellicole è sempre un forte senso di malessere interiore, corroborato dai silenzi e dalle incomprensioni, che monta nell’intimità, dove l’elemento soprannaturale è solo uno specchio di criticità più radicate (e bene fa la sceneggiatura a mantenere una certa ambiguità sull’effettiva veridicità del demonio). Si passa così dal benessere dei Novanta alla vittoria dei Mondiali nel 2006 fino alle risoluzioni del presente. In mezzo ci sono vari meccanismi di solitudine, incomprensione e compensazione: dalla bulimia del figlio maschio Tobia all’alcolismo del padre Walter, al senso di estraneità di Alice che non può rivelare la propria omosessualità a una madre ossessionata dal controllo e dalle apparenze.

Strippoli ricerca volutamente il conflitto fra la dimensione esteriore simboleggiata dalla foto di famiglia che ritorna nel film e la complessità interiore di personaggi in cerca della propria personale Valle dei sorrisi dove lasciar da parte l’infelicità. Per farlo lavora su una struttura concentrica, riconducibile a un solo personaggio-fulcro negativo/positivo (Anna), ma capace di fornire i giusti spazi anche ai comprimari, rispettando la dimensione più corale. Nel frattempo carica una componente apocalittica destinata a esplodere nel finale, attraverso una logica progressiva dell’accumulo, forte di una certa libertà di mezzi che ormai il mercato sembra garantirgli. In questo senso, L’estranea è un film che cerca volutamente il disequilibrio, sfida lo spettatore ad accettare un’enfasi esibita, una passionalità istintiva, come a voler rimarcare il desiderio di disegnare un cinema italiano meno conciliante.

Al di là dei distinguo che si possono fare sulle singole scelte operate, è riuscito il tentativo di creare un’opera sempre “doppia”, sia per la natura bifronte dell’amore filiale che si rispecchia nell’ossessione distruttiva, che per la forma di un racconto dove un certo virtuosismo della messinscena (ormai marchio di fabbrica dell’autore pugliese) passa senza soluzione di continuità alla commedia dei caratteri che trascolora nel dramma più oscuro. In questo senso, in un cast già nobilitato dalle ottime Jasmine Trinca e Romana Maggiora Vergano, diventa paradigmatica la prova di una straordinaria Valeria Bruni Tedeschi, l’estranea del titolo che sembra un incrocio fra il suo personaggio de La pazza gioia e la governante maligna de Il presagio. Una figura demoniaca (sebbene mai iconograficamente presentata come tale), ma anche “buffa”, che regala molti momenti memorabili in cui la risata si stempera nell’orrore e viceversa. L’emblema migliore di quella diversità di approccio, ma non gratuitamente estemporanea, che Strippoli coltiva con orgoglio.


