Si era fatta notare con alcuni cortometraggi, in particolare White Ant, in cui il proprietario di una vecchia abitazione nell’India più rurale doveva confrontarsi con un’invasione di formiche (in Italia lo si era visto ad esempio al Monsters Fantastic Film Festival di Taranto nel 2023). Ora Shalini Adnani arriva all’attesa prova dell’esordio nel lungometraggio con Our Share of Sand, presentato alla 41ma Settimana Internazionale della Critica di Venezia 83. Ed è una bella conferma, per un’autrice che continua a indagare gli stessi scenari, ma da una prospettiva diversa: l’equivalente delle formiche stavolta sono i giovanissimi operai di una famiglia arrivata dal Pakistan dopo la Partizione e che ha fatto fortuna grazie al ritrovamento di un diamante nel fiume. Da lì il patriarca ha messo in piedi un’impresa di costruzioni e i ragazzi vengono usati per prelevare sabbia dai fondali, nuotando in apnea senza nessuna protezione. Il punto di vista è fornito da Maya, dodici anni, quasi tutti trascorsi a Londra come la regista nella sua vita reale, che ben presto si ritrova a confrontarsi con i danni all’udito cui i ragazzi sono sottoposti dalle disumane condizioni di lavoro (la profondità eccessiva dell’acqua provoca loro infatti dei violenti barotraumi) e si ritrova cosi divisa fra scelte difficili, tra il benessere che la famiglia le ha garantito, ma anche la violenza su cui quella condizione naturalmente poggia e che progressivamente si rivelerà in tutto il suo impatto drammatico – i continui prelevamenti dal fondale, infatti, stanno anche erodendo il suolo e facendo affondare il villaggio, costringendo molti degli abitanti più poveri all’emigrazione forzata.

Un tema di profondo impatto sociale, dunque, ma raccontato da una prospettiva familiare e intima, in cui Adnani recupera alcune strategie già viste nel formato del corto: viraggi in negativo (in cui si esplicita maggiormente il legame fra le formiche e gli operai, trattati come autentici insetti umani), un’attenzione molto forte al primo piano e ai particolari delle mani e degli arti al lavoro sull’ampiezza degli scenari ritratti nel formato panoramico, un lavoro estremamente ricco e raffinato sul suono. Si arriva così ben presto a descrivere un’atmosfera sospesa, irreale, tipica della condizione di un personaggio, Mary, ignara del mondo che le si presenta agli occhi nascondendole i suoi aspetti più drammatici. Adnani lavora su un’immagine pastosa, riverberando quanto già affermò ai tempi del corto “scritto in uno stato onirico” dove il risultato era “tanto un sogno quanto una realtà”, in modo che anche la denuncia più netta non viene mai meno alla descrizione di un mondo indagato con un impatto ad altezza di bambina appunto, ma con una tensione che guarda già all’età adulta. Se il padre rivendica la difficolta di tracciare confini netti fra il bene e il male, non c’è dubbio infatti che Maya sia messa di fronte a scelte che contemplino una sua maturazione, in cui lo scenario da fiaba dell’incipit, quando viene ritrovato il diamante (reiterato e reinventato nel bellissimo finale) viene poi a rovesciarsi nella condizione realista dei luoghi devastati dal capitalismo selvaggio. La sabbia, sfuggente ma concreta, diventa così l’unita di misura di un mondo, della sua ricchezza, della sua miseria, e del suo intero potenziale in cui i ruoli siano finalmente da riscrivere.



