Venezia83 – La vergogna del sopravvissuto nell’orrore della dittatura in Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis

Terra visceralmente amata e forse altrettanto odiata, l’Argentina è assolutamente centrale nel cinema di Marco Bechis, che prima di finire in un centro di detenzione clandestino a Buenos Aires (correva l’aprile 1977) studiava e faceva il maestro elementare nella capitale, con l’idea di insegnare in futuro ai bambini indigeni nelle regioni del Nord. Il Paese latinoamericano (con la sua bellezza aspra, con le sue contraddizioni endemiche) era già al centro del bellissimo Alambrado (1991), lungometraggio d’esordio che riflette come pochi altri la spigolosità ventosa e smisurata della Patagonia, la quale penetra gli ambienti e l’indole stessa degli individui, Quindi lo è stato, oltre che in alcuni corti, direttamente in Garage Olimpo (1999) e indirettamente in Figli-Hijos (2001), opere strettamente legate tra loro, nelle quali la tragica pagina della dittatura militare degli anni Settanta, e certe sue conseguenze, trovano una narrazione in grado di far emergere le domande che nessuno aveva ancora fatto e prendere atto di una disumanizzazione che non aveva (né ha) spiegazioni diverse da quelle sulla banalità del male suggerite da Hannah Arendt. Ritorno a Buenos Aires, che ha chiuso il concorso di Venezia 83, segna dunque per il regista, che ha scelto Milano come città d’elezione, una nuova (e quasi certamente definitiva) immersione dentro un capitolo della storia argentina che è profondamente intrecciato con la sua traiettoria esistenziale.

 

 
Nel 2008, dopo aver rinunciato più volte, il medico torinese Mariano Guerra accetta infine l’invito del tribunale argentino a testimoniare contro gli ex militari e paramilitari che furono i suoi aguzzini per “2 anni e 46 giorni”, nel lager clandestino in cui venne torturato, spogliato della propria umanità, costretto a essere il cane dei suoi carcerieri. A contatto con altri reduci dai campi di detenzione chiamati a deporre, con i vecchi compagni di lotta che lo guardano con sospetto e fastidio, perfino con i criminali che egli intravvede non solo sul banco degli imputati ma pure confusi tra il pubblico che assiste alle udienze, in Mariano – che è andato a visitare ciò che resta della sua cella e della fabbrica di desaparecidos a cui è scampato – riaffiorano copiosi i ricordi di un passato che aveva archiviato in una recesso silente della sua memoria. L’effetto è devastante, perché sbloccarli e riaccoglierli nel loro assordante rimbombo significa confrontarsi con la condizione privilegiata del sopravvissuto, addirittura con la vergogna e il senso di colpa verso tutti quelli che da quei luoghi di vessazione e morte sono usciti soltanto per fare l’ultimo volo in mare. Ma anche liberatorio, perché nonostante ripercorrerli non abbia una valenza totalmente taumaturgica, facilita la convivenza con il dolore. Di fronte a una vicenda che insiste sulla sindrome del sobreviviente, un’analisi superficiale potrebbe indurre a pensare che Bechis – nato a Santiago del Cile nel 1955 in una famiglia cosmopolita e benestante, da padre italiano e madre cilena di ascendenze francesi, cresciuto tra San Paolo del Brasile (dove morì tragicamente un fratellino) e Buenos Aires, prima del ritorno in Italia con i genitori e della scelta successiva di rientrare da solo in Argentina – abbia raccontato la propria storia.

 

 
Non è affatto così e l’autore ha voluto sottolinearlo al Lido, escludendo il richiamo autobiografico puntuale: “Torno in Argentina dopo cinquant’anni con una storia che nasce da una ferita che conosco bene, ma che non è la mia. Mariano non sono io. Ho scelto la finzione perché a volte è l’unico modo per avvicinarsi a una verità che la memoria, da sola, non riesce a raccontare”. Quindi ha spiegato le ragioni sottese al lavoro, stimolato da uno sguardo all’attualità planetaria: “Non è tanto un percorso all’indietro, non volevo fare una ricostruzione puntuale di ciò che è successo in Argentina negli anni Settanta. L’urgenza nasceva piuttosto dalla situazione di oggi, in Europa e nel mondo: quanti sono i sopravvissuti a Gaza, in Ucraina, nei Paesi in conflitto dell’Africa? E quanto pochi riescono davvero a essere dei testimoni?! Al di là della ricostruzione storica, che ho volutamente mantenuto astratta, mi sono concentrato su come un sopravvissuto diventa testimone, perché oggi viviamo in mezzo a sopravvissuti che non possono dare nessuna testimonianza”. Per poi concludere: “Ogni autore basa la sua arte sulle proprie ferite. La mia strada è il cinema: non mi cura, ma di certo mi fa vivere meglio”. Bechis aveva in verità fissato la sua odissea personale in un memoir, La solitudine del sovversivo, pubblicato per Guanda nel 2021. E proprio tale scritto marca chiaramente la differenza rispetto al film, nonostante vari elementi di esso ricorrano poi nella finzione del set: la nazionalità italiana del protagonista, la struttura opprimente del centro, strumenti di tortura come la picana eléctrica, le figure di Muñeca (sia pure con un ribaltamento di prospettiva) e di certi carnefici, la cura maniacale con cui il protagonista redige e revisiona gli appunti per non tralasciare alcun dettaglio al momento di una deposizione che sarà soltanto orale, il puntuto frammento di muro con cui tagliarsi le vene quando non ci fossero più state vie d’uscita, e altri ancora.

 

 
Le due vicende sono peraltro simili, e conducono entrambe in un luogo sospeso dove le torture e l’annientamento della personalità subite durante la detenzione continuano in altra forma dopo la liberazione e conducono a un tentativo sofferto di rimozione, con la vittima che – sviluppando appunto la sindrome del sopravvissuto – è portata a sentirsi anche carnefice, schiacciata da una colpa che non sembra trovare redenzione. Una condizione che si manifesta anche a livello fisico: la restituisce in maniera straordinaria Adriano Giannini (unico interprete italiano in un cast per il resto argentino), in stato di grazia nell’abito scomodo di Mariano, che ha “rubato” lo sguardo di Bechis medesimo durante i sopralluoghi porteñi, al punto da prendere “gli occhi del regista come porta d’accesso a un personaggio che mi ha fatto vivere l’esperienza artistica probabilmente più importante della mia vita, ma che è stata anche una straordinaria esperienza umana”.
Le immagini sono di Fabrizio La Palombara.