Venezia83 – Napoli, tra nonno e nipote: lo Scherzetto di Mario Martone

Napoli dentro, Napoli fuori: in Scherzetto l’interno e l’esterno sono ipotesi di spiazzamento periferico per Mario Martone, un gioco sulla linea della persistenza della memoria nel corpo dei luoghi. Strade, vie, botteghe, palazzi, appartamenti… Il vuoto, che fa tanto paura al protagonista, Daniele, e tanto attrae il suo nipotino Mario. E il pieno, che riempie di presenze e assenze gli spazi della casa in cui questo anziano disegnatore è cresciuto ed ora è costretto a tornare. Le stanze dei ricordi, gli antri della memoria, la verticalità di un vecchio palazzo di quartiere, un balcone stretto e profondo che dà sulla vertigine della Stazione Centrale e sull’orizzonte della città in cui sentirsi soli, annullati. È un film dalla strana intensità, Scherzetto, saltella vispamente come fosse una piccola commedia tra nonno e nipotino, ma ti resta dentro come uno di quei viaggi che solo Martone sa farti fare: gioco d’ombre rimosse, intermittenze tra tempo dei luoghi e spazio delle ore…

 

 
Tutta una cronometria dello stare insieme tra l’infanzia e la vecchiaia, che passa attraverso le figure del piccolo Mario (Lorenzo Perrotta) e dell’anziano Daniele (Toni Servillo), ma arriva a toccare la condizione esistenziale dell’uomo. Lo spunto in realtà è letterario, viene dal libro di Domenico Starnone (Einaudi) e giunge a Martone come uno spazio per riattivare il rapporto con la sua Napoli, che è ancora una volta città posseduta dentro ma ritrovata fuori. Daniele è un disegnatore di fama, ha superato i 70 e vive da solo a Milano: il ritorno a Napoli è anche un ritorno al luogo in cui è cresciuto lui, e prima di lui anche suo padre… La casa in cui la figlia Betta vive è infatti quella di famiglia, intrisa nella percezione di Daniele di umori e malumori che hanno segnato il suo essere bambino e diventare uomo. È lì che Betta lo costringe a stare per tre giorni assieme al piccolo Mario, il nipotino di 5 anni che in realtà conosce poco: ragazzino più che sveglio ma pur sempre un bimbo… Le volumetrie di quelle stanze in cui si ritrova a vivere col nipote sono appartenute a Daniele in un altro tempo e ora lo occupano con una insistenza inquietante: un gotico familiare partenopeo si attiva negli slittamenti tra sonno e veglia, ricordi rimossi di padri e familiari virulenti di una napoletanità popolare intinta nella raffigurazione classica.

 

 
Spettri, di sicuro, fantasmi che emergono davanti ai suoi occhi dalle tavole che sta disegnando per una nuova edizione di L’angolo felice di Henry James: più ossigeno chiede l’editore per i bozzetti, che sono troppo scuri gli dice Mario…
La deriva della coscienza lo spinge col nipote nelle strade che frequentava da bambino e allora Napoli si apre a Martone come il solito guscio che contiene un magma di paura e desiderio, vita e morte, flagranza del vivere e profondità del ricordare: un amore molesto o un teatro di guerra che il regista ha trovato nel quartiere Lavinaio, a ridosso della Stazione Centrale, “estremamente complesso, stupendo – dice – ma in cui la bellezza è spesso l’altro lato della miseria, della rabbia, del crimine”… All’orizzontalità della città nella quale il nonno spinge il nipotino, il piccolo Mario oppone la verticalità del suo rapporto con l’amichetto del piano di sotto, che appartiene a una famiglia più umile (come si diceva una volta…), al quale il bambino passa i giocattoli in un secchio attaccato a una corda… Classica comunicazione alto-basso della tradizione meridionale in cui si azzera proprio quella distinzione tra dentro e fuori, privato e pubblico, casa e strada, annullando l’oggettività cittadina nella soggettività di quartiere… Gioco innocente che porta la madre (aggressiva) e il padre (dimesso) del bimbo del piano di sotto a bussare alla porta di Daniele, aprendo un teatrino che attiva ancor di più le sue memorie familiari, i fantasmi del suo passato destinati a proliferare nei suoi disegni sempre più cupi.

 

 
Martone riesce come sempre ad avvitare il suo film nella libertà che gli dona, lo stringe per spingerlo avanti: Scherzetto – pur nel suo essere un film lieve, allegro, in qualche modo avventuroso – procede così verso una dimensione quasi astratta, mentale, ludica e ossessiva allo stesso tempo. Quel balcone che torna più volte nel film è destinato a diventare il varco che sospinge Daniele nella parte più profonda di se stesso, faccia a faccia con le sue paure, sospeso tra la vertigine di una Napoli che si offre come vuoto e le stanze di una casa in cui è stato bambino. Martone gioca con il gotico e alla fine anche con un po’ di thriller… Scherzetto è film a doppia facciata, lo puoi vedere con gli occhi del vecchio Daniele o con quelli del nipotino: “Ma qui io sono Mario!” dice però Martone: “Chiaramente Daniele ha memorie e pensieri che si fondono con i miei, ma mi sento abitato anche dalla vitalità feroce del bambino”…
Le immagini sono di Mario Spada.