Giovanni Veronesi: In Dio ride affronto seriamente la comicità, troppe volte è stata bistrattata

“La verità si dice di rado, e con molto furore. In questo film ho abbassato tutte le difese: l’ho girato a cuore aperto, è sincero”. Comicità venata d’amarezza, che veste con levità una storia più che drammatica, ispirata a fatti accaduti secoli fa (con un’eco evidente da Il nome della rosa): Dio ride – che ha chiuso ufficialmente la 83ª Mostra del Cinema di Venezia e arriverà nelle sale il 29 ottobre – è dichiaratamente altra cosa rispetto a quanto realizzato finora da Giovanni Veronesi, che infatti per la prima volta in carriera è approdato al Lido, sia pure fuori concorso. Sceneggiatore prolificissimo nella commedia all’italiana (agli esordi per Nuti, poi tra gli altri anche per Pieraccioni, Verdone, ultimamente per la pupilla Pilar Fogliati) e regista in proprio all’insegna di un divertimento di pronto consumo eppure mai troppo greve (Manuale d’amore, Romeo è Giulietta), Veronesi cambia registro con la parabola di frate Leopoldo (Pierfrancesco Favino) che – alla metà del XVII secolo – fugge da un monastero umbro raggiunto dalla peste, portando sulle spalle l’anziano priore (Paolo Rossi). Accolto di malavoglia in un convento toscano, a contatto con la gente del posto il frate rivela una straordinaria capacità affabulatoria, parlando di Gesù con un linguaggio quotidiano condito dall’ironia, che infatti cattura la povera gente a scapito delle dotte messe in latino. Attirando così l’ira di parroco e nobili pusillanimi che, vedendo minacciato il proprio status, denunciano il frate all’Inquisizione, sostenendo che si prende gioco di Dio. Del suo caso si occupa infine il carismatico cardinal Maculani (Silvio Orlando), che rimane spiazzato dall’indole bonariamente genuina dell’imputato e cerca una via d’uscita che non lo annienti. Con bella scrittura, Veronesi oppone il linguaggio del cuore a quello del potere, un duello che nello sbilanciato confronto tra Leopoldo e Maculani rivela molte sfumature intermedie, sublimate dalla recitazione (agli antipodi, ma in entrambi i casi di rango) di Favino e Orlando. Un po’ frettolosa, per contro, la definizione dei personaggi secondari, mentre si fanno apprezzare la ricostruzione d’epoca e la colonna sonora di Paolo Buonvino, in convincente equilibrio tra il materico e lo spirituale.

 

 
Veronesi, la comicità è da sempre il suo terreno d’azione prediletto. Anche stavolta, sebbene l’abbia trattata in maniera sostanzialmente drammatica?

Ma la comicità è una cosa seria! Anche per contrapporsi al potere, perché le risate fanno paura, al potere: stemperano l’animo del popolo, che si rilassa e pensa; e quando pensa, sa dire dei no, sa ribellarsi.

Il tempo del film (che richiama fatti realmente accaduti) è più o meno quello de I promessi sposi di Manzoni, in cui Renzo si lamenta del “latinorum” di Don Abbondio…

È il momento in cui le cose cominciano a cambiare, un tempo ideale per opporre il linguaggio del cuore a quello menzognero del potere: l’Illuminismo non è poi così lontano…E mi piace trovare più di un’analogia con il nostro tempo: stiamo attraversando una fase storica in cui la gente fatica a comprendere ciò che accade e quindi sceglie male, oltre a subire il potere in modalità che hanno del clamoroso. C’è in giro una diffusa ignoranza, sulla quale trovano terreno fertile frange politiche decisamente pericolose, come si è visto in Germania e anche in Italia. Spero che anche per noi arrivi prima o poi il momento del cambiamento, e rispetto a questo non è certo la mia generazione che può offrire un contributo decisivo, quanto piuttosto i giovani.

 

 
Nel film, il potere costituito che si oppone alla genuinità di Fra Leopoldo, alla fine vince.

Momentaneamente. Quando c’è un linguaggio nuovo, capita che i primi vengano oppressi. Ma poi quel linguaggio, se resta nelle viscere del popolo, prende campo e si impone.

La figura del cardinale Vincenzo Maculani, per come l’ha costruita, presenta diverse sfaccettature. Forse più di quella storica…

Il Maculani storico aveva un pensiero diverso, sicuramente più aperto, rispetto a quello dominante alla sua epoca. Era un inquisitore, ma era anche uno che guardava le stelle; in casa aveva un canocchiale, che fu rinvenuto alla sua morte. Era amico di Galileo e sapeva che questi aveva detto la verità (fu lui che lo fece abiurare e gli salvò la vita, ndr). Il Maculani del film sa perfettamente qual è la parte giusta, ma è consapevole che il potere guardava altrove e che le regole erano quelle, non ci scappavi.

Si sente l’Eco de Il nome della rosa, nella storia: è stato fonte di ispirazione?

Quel romanzo è stato per me illuminante. Ho votato la mia vita alla comicità, e apprendere che Aristotele aveva scritto un libro in materia, che era stato addirittura bruciato dalla cristianità, ne confermava la rilevanza. La botta finale me l’ha però data papa Francesco, quando ha aperto un portone verso di essa, sdoganadola all’incontro con i comici, poco prima di morire. Prima di allora, la Chiesa non aveva mai osato avvicinare la risata a Dio. Il titolo stesso del film nasce dalla consapevolezza di essere stato in qualche modo “appoggiato” da un papa: una cosa che mi ha fatto sentire più protetto.

 

 
Agli antagonisti Favino e Orlando, che avevano già recitato in uno stesso film (El Alamein di Enzo Monteleone) ma senza mai interagire, ha consegnato il copione e lasciato briglia sciolta?

Non succede mai, questo. Nella mia esperienza, sono i bravi attori che hanno bisogno del regista, che fa loro da sponda nei momenti cruciali, per fargli toccare le vette adeguate al loro talento. Credo che in questo film sia successo, e che Favino abbia dato vita a uno dei personaggi più belli della sua carriera. Poi è vero che sono interpreti molto diversi tra loro: con Pierfrancesco dovevo essere più esplicito, mentre con Silvio l’approccio giusto è quello delicato, perché tende a entrare nei suoi personaggi in punta di piedi. Mi ha anche divertito mescolare le carte: Favino ha più la fisicità da inquisitore e Orlando del del frate, ma io trovavo irresistibile la combinazione opposta.

Questo film rappresenta un cambio di rotta o una parentesi, all’interno del suo percorso?

Ho chiuso un cerchio, volutamente. Volevo parlare seriamente della mia materia, la comicità, perché troppe volte è stata bistrattata, considerata superficiale. È invece fondamentale in una società, non deve essere messa al bando dal potere e da nessun altro, come purtroppo è avvenuto e ancora avviene…Se fossi un medico, nelle mie ricette sarebbe sempre prescritta una risata dopo pranzo e una dopo cena.