Nato dall’incontro tra la creatività di Kim Hagen Jensen, già supervisore degli effetti speciali nei film Aiuto! Sono un pesce (2000) e Asterix e i Vichinghi (2006) ma anche regista di una serie di cortometraggi di animazione tra i quali Will-Bot: Friend or Foe (2011) e Crashlanded (2014), lo studio d’animazione Hydralab e l’intuito dell’esperta produttrice Nynne Selin Eidnes e della sua First Lady Film, il danese Dreambuilders – La fabbrica dei sogni con una storia avvincente che coniuga il mondo reale a quello dei sogni, tenta di ritagliarsi un proprio spazio all’interno del variegato mercato del cinema di animazione. Rivolgendosi principalmente a un pubblico adolescenziale, strizzando non poco l’occhiolino agli adulti (più per rimproverarli che per compiacerli), il film ha l’ambizione di scommettere su un racconto teso a sollevare i drammi della realtà vissuti da Mina, giovane ragazzina in crisi d’identità alle prese con un drastico cambiamento familiare, e le gioiose mirabolanti avventure attraversate dalla stessa nel mondo dei suoi sogni. 

 

 

Lo spunto narrativo è molto semplice ma efficace: abituata a divedere la casa di campagna con papà e criceto, Mina trascorre un’esistenza tranquilla pur sentendo la mancanza della mamma. L’equilibrio si rompe quando Mina inizia a fare i conti con una scomoda novità: la compagna di suo papà si trasferisce a casa loro con la figlia Jenny, presuntuosa, dispettosa, amante della moda e molto attiva sui social network. Disperata, Mina non può nemmeno contare sulla complicità del padre, ammaliato com’è dalle smancerie di Jenny e intento a farle osservare una convenevole tolleranza che le genera soltanto rabbia e frustrazione. Rimasta sola nella battaglia, una notte, nel bel mezzo di un’esperienza onirica molto realistica, scopre una fessura nella parete del suo sogno. Incuriosita da questa stranezza Mina allunga lo sguardo e dietro quello spiraglio di luce scopre un mondo di costruttori di sogni impegnati a dare vita al suo immaginario notturno. L’incontro con il bizzarro Gaff, personal dreambuilder tanto generoso e ingegnoso quanto ingenuo e affettuoso, le consente di acquisire un potere sorprendente: spalancare le porte della fabbrica dei sogni e diventare la regista di quel che decide di sognare e far sognare agli altri, scrivere la storia, scegliere gli attori, costruire la scenografia e dare il ciak d’azione a ogni sogno. Ma Mina, moderna Alice che attraversa lo specchio, verrà travolta dalle conseguenze delle sue scelte e, memore della lezione di Spider Man, dovrà guardare negli occhi il suo potere considerandone limiti e responsabilità. «La mia ambizione era creare un racconto avvincente e toccante – ha dichiarato il regista – che trattasse di questioni reali nelle vite dei bambini e li facesse riflettere sulla natura dei sogni. Avendo cresciuto tre figlie, ho sempre desiderato fare un film sul loro mondo e sul genere di conflitti che incontrano le ragazzine. Negli anni, ho seguito il divorzio dei genitori di molte loro amiche che in seguito hanno creato delle nuove famiglie. Ho vissuto le frustrazioni e le tensioni emotive che spesso provano i bambini quando sono costretti a vivere con nuovi fratellastri o sorellastre e il loro modo di superarle. Provo molta empatia per questi dilemmi e penso che associarli al mondo dei sogni rappresenti la cornice perfetta per un racconto cinematografico molto singolare. Via via che la sua quotidianità è invasa dalla sorellastra Jenny e dalla nuova compagna di suo padre Helene, Mina usa il mondo dei sogni per riacquistare il controllo della sua vita, a qualunque costo». 

 

 

L’architettura di Dreambuilders tiene in equilibrio due mondi inizialmente contrapposti e progressivamente complementari: da una parte l’universo onirico viene messo in scena in pieno stile steampunk, con la presenza di numerosi piccoli robot costruttori di sogni che creano illusioni bizzarre e ricordano il senso materiale e artigianale della componente fantastica; dall’altra, il disegno del mondo reale punta al concetto danese di “hygge”, ovvero a quel senso di comodità e sicurezza, familiarità e accoglienza che abbraccia la morale dell’intera operazione. Mescolando così logiche originali a idee riciclate prese da Inside Out (2015) e The Truman Show (1998), declinate alla maniera de La belle époque (2019), le intenzioni del film sono chiare: fare leva sul dreamworld per avviare una riflessione non banale sulla fragilità di Mina, giovane donna in cerca di una direzione verso cui volgere, che da un momento all’altro potrebbe svegliarsi e riconoscersi non più ragazzina e, al contempo, sull’irriducibilità del cinema come luogo di luce, speranza, magia, fantasia che custodisce i sogni di tutti. Invece, a risultare meno convincente è la distribuzione della componente humor che dovrebbe e vorrebbe svolgere un ruolo primario creando quel contrasto con il lato cupo e drammatico del film. Tuttavia, a una prima parte promettente, caratterizzata da tempi comici calibrati e da una graffiante vivacità anche in termini di critica sociale (su tutto prevale il segmento relativo al cyberbullismo e alla solitudine di Mina), segue una seconda parte meno bilanciata e priva di mordente che rallenta l’esito della vicenda depotenziando la carica amara fino a quel momento accumulata e risolvendo l’intreccio in un più conciliante lieto fine. Per intenderci, Dreambuilders non ha la profondità di Coraline e la porta magica (2009) o il lirismo di La mia vita da zucchina (2016), ma il coraggio investito per affrontare temi così complessi e attuali e l’impegno speso per proporre soluzioni visive non così convenzionali sono meriti che gli devono essere riconosciuti.

 

 

Dreambuilders – La fabbrica dei sogni è disponibile in streaming sulle principali piattaforme.

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