The Beatles: Get Back, il monumentale documentario che Peter Jackson ha realizzato restaurando e montando ore e ore di inedito materiale audio e video, è un cine-saggio più che una semplice testimonianza, una riflessione ipnotica più che un’impressionante dimostrazione della potenza narrativa degli archivi. Come funziona un processo creativo? Come si manifesta il genio? Come è possibile affrontare una crisi profonda riuscendo a distillarne vita e arte? Il film segue – momento per momento, in una dilatazione temporale tanto estenuante quanto necessaria – la realizzazione di un documentario, destinato a culminare in un concerto quasi improvvisato e quindi in un disco, Let It Be, tenuto nel cassetto per un anno e destinato a diventare la testimonianza su vinile di uno scioglimento annunciato. L’ultimo disco a essere registrato dai Beatles fu infatti Abbey Road, che però precedette Let It Be nei negozi, prolungando l’agonia di una rottura che ormai appariva inevitabile, per quanto straziante. Ma andiamo con ordine: siamo nel gennaio 1969, i Beatles apparivano sfilacciati, stanchi di una routine che sembrava incartarli, innervosirli pur senza ledere le capacità creative. L’ultimo loro album, Yellow Submarine, era in uscita in quei giorni ed era destinato a un successo fiacco, rispetto agli standard del gruppo. John Lennon sembrava distratto, con la testa già appesa ai nuovi progetti a fianco di Yoko Ono. Paul McCartney cercava disperatamente di mantenere salda l’unione sempre più fragile con gli altri membri del gruppo, ma anche lui era attratto da nuovi amori e nuovi stimoli. George Harrison sentiva salire una frustrazione sempre più faticosamente sopita da un senso di marginalità rispetto alla coppia Lennon-McCartney. Ringo era Ringo, metronomo nei suoni e nella vita, punto di equilibrio che cominciava a sentire il peso di una responsabilità troppo grande anche per lui, quella di tenere insieme i cocci di un vaso incrinato. È qui che nasce l’idea di una scossa: un documentario (e un eventuale show televisivo) in cui immettere idee e sperimentazioni.

 

 

A dirigere il documentario fu chiamato Michael Lindsay-Hogg, che l’anno precedente aveva diretto The Rolling Stones Rock and Roll Circus, rimasto a sua volta inedito per anni. Lindsay-Hogg e la sua troupe si installarono negli studi cinematografici di Twickenham in attesa di capire come procedere, cercando di seguire passo dopo passo la scintilla dell’arte e il suo improvviso manifestarsi. Ben presto apparirà chiaramente come le dinamiche tra gli amici – prima ancora che tra i musicisti – mostravano le crepe causate da una vita senza soste, da un successo precoce che aveva accelerato un deterioramento esistenziale, che aveva allontanato un gruppo di persone costrette a crescere velocemente, a dedicarsi anima e corpo a una creatività senza limiti, che aveva cambiato la storia della musica sacrificando individualità e desideri. I Beatles erano sull’orlo di una crisi di nervi, poco disposti al compromesso, ognuno chiuso in una sorta di bolla individuale che rendeva complessa ogni relazione, umana e artistica. Jackson sceglie, taglia, cuce immagini e situazioni; rivitalizza attraverso il restauro le immagini di quell’attimo meraviglioso e terribile; sospende il tempo e lo dilata; osserva ostentatamente senza pudore l’accentuarsi dei conflitti e lo descrive attraverso lo scorrere dei giorni, segnati su un calendario, che diventano un flusso incontrollabile di momenti sublimi e di attimi sospesi, di silenzi e di improvvise esplosioni di genio musicale. E mentre la troupe si rende conto della natura a suo modo fallimentare e incontrollabile dei progetti via via ideati e abortiti, noi ci troviamo davanti agli occhi clamorose rotture e silenti rappacificazioni tre le quali la musica irrompe con la sua forza senza tempo. John cazzeggia, George si incupisce, Ringo assorbe e accetta, Paul rilancia continuamente il bisogno della creazione. E intanto Yoko rammenda e fa sentire con la sua sola presenza un cambiamento di fase; Linda – la nuova compagna di McCartney – sorride e scivola nelle stanze a volte troppo silenziose; produttori e tecnici tentano di riaccendere le braci di un fuoco che sembrava spegnersi.

 

 

L’abbandono degli asettici studi di Twickenham e il trasferimento alla Apple di Savile Row riannoda i fili, improvvisamente le tensioni si diradano e l’idea di un concerto improvvisato sul tetto dell’edificio restituisce una sensazione nuova, la voglia di osare, di tornare a essere se stessi. E noi, con Jackson, origliamo e spiamo, in una sospensione mistica che culmina nell’energia della musica dal vivo, che i Beatles non eseguivano da anni alla ricerca di una perfezione di scrittura che aveva finito per inaridire le relazioni umane. Perché in Get Back possiamo testimoniare anche questo: di quanto il genio possa asciugare gli affetti, di come una crescita personale sempre rimandata possa far deflagrare la più grande band della storia della musica moderna. I Beatles al momento del loro scioglimento – qui solo rimandato – erano quattro ragazzi di nemmeno trent’anni, pieni di contraddizioni e ambizioni, che avevano avuto tutto ma volevano di più: Get Back ce li racconta – ce li regala – senza infingimenti né filtri. L’aspetto umano raddoppia l’effetto musicale: i malumori e gli scherzi si squarciano in momenti di assoluta creatività, nella costruzione di canzoni ormai divenute immortali che escono come farfalle dai bozzoli. Jackson, in fondo, ci regala una (volutamente) interminabile sequela di epifanie e ci lascia storditi a chiederne ancora, e ancora, e ancora.

 

 

 

 

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