Tatì e Wall-E, Resnais, Keaton e Charlot – però! – Dada e Pietà, Bausch e Godot, di moltissimo, un po’… Illusioni taumaturgiche, complici bugiardini che, più veri del vero, dicono tutto e il contrario del tatto, medicine la cui dose, senza posa, è messa in scema. In una farmacia postumana, prigioniera degli anni Settanta della mente, c’è un corpo circuito (gesto e digestione), suona il nostro disco(rso) incantato. Sul palco è allestito un musical dell’assurdo, calcato (messo in piedi, come un fungo, fatto con i piedi) in forma di via crucis, svizzera (sbandierata). Inferenza e sofferenza: gest-azione, anche per l'(a)spettatore che in sala parte. E ci si chiede se questo è un uovo, assediato, minaccia(cca)to, stra-pazz(at)o, a rischio di frittata, eppure alla Lecoq. Dove va? Dove il teatro si posa, di prosa e, di grazia, riposa (senza pace)? Il testo (dell’artista Dieter Roth), di testa (detesto? ma va bal-letto fra le righe, perciò adotto critica mimetica dell’oggetto), è pre-scrizione e illogica poso-logia, scava vuoti (umani troppo u-mani, bucate), è esso stesso un buco, con l’immondo in eterno ritorno, in uno spazio senza orizzonte e disorientante, incantato come appare in uno sketch di Gianni e Pinotto (chi è l’attore in prima f(r)ase?), nel gorgo sottile di gag, di comi(mi)ca ripetizione, ritmo di penne disumane e umane pene, sospiri alla pari e ossessioni senza se(n)sso, in cui precipitiamo, divertendo con giochi di p(a)role (ché penoso e pensoso, il pianto è pen-siero, inoculcatoci fin dal titolo, è un cogito ergo soffro che ci mette in avanguardia e può forse rimetterci al mondo).

 

 

Farmacopea vana e sv(u)otata al fallimento, s-bilancia alla rovescia in cerca di leggerezza (lievitazione e levitazione), nello spettacolo della malattia è solo allusa (luce che si spegne, prognosi riservata), ma in questo negozio sos-peso postdrammatico ci si deve gettare a corpo morto, vivace ma non troppo, seguendo (pazienti) questi personaggi in cerca di automa. La cura e la vita per procura, in una giocosa spar(t)izione nella lingua, che diventa suono, tra-vestimento, puro ritmo di Alice nel paese delle pastiglie. Niente trama, nel mantra, e le regole valgono purché le si vìolino, magari con un violìno, colpo di regist(r)a. Christoph Marthaler, dai suoi settant’anni, rompe ancora le scatole, sa cantarcele in ogni lingua, offre ritmo che cura, melodia che s’inceppa, è luce che salta e insieme illumina, fa il botto e fa a botte (piena, che ci ubriaca) con il nostro sguardo assopito, producendo inattesi effetti collaterali. Fra tic e lapstick, i riti triti del teatro si fanno scioglilingua da agitare, prima o dopo l’uso, nei nostri interni, kammerspiel e medicina dell’anima, commercio e design interiore, nuove di-stanze. E di questa contemporanea opera d’articolazione disarticolata, nell’epoca della sua ri-petizione tecnologica, rimane vivo, ancora, lo stile dell’esercizio, la clownerie del blister, la grande circo-ilarità tragica di un mondo che (ap)pare inguaribile. Così è se vi placebo.

 

Foto di Gina Folly

 

 

Bologna            Arena del Sole          30-31 ottobre

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