«Forse qualcosa cambia tra i campetti improvvisati di campagna e i migliori stadi del mondo, ma io sono sempre rimasto lo stesso. Io sono Franco Baresi. E sono nato così: libero.»
Quando usciva palla al piede dall’area e sembrava suonare la carica mi alzavo in piedi. Per rispetto, per amore. San Siro lo accompagnava con un boato, Kaiser Franz si era messo al lavoro…Di Franco Baresi mi ha sempre colpito il viso da contadino, pareva scolpito, splendido e fiero. Una faccia neorealista, un’espressività proletaria che ricorda quella di Gigi Riva e che contribuisce in modo decisivo a creare la sua silente e grandiosa personalità e a nutrire la sua naturale leadership. Veniva da Travagliato, in provincia di Brescia, era cresciuto, con i fratelli (compreso Beppe che finirà a giocare nell’Inter), in un casale fra animali e lavoro nei campi. La vita era stata dura: orfano a 16 anni, prima aveva perso la madre Regina, dopo un paio d’anni il padre Terzo. Costretto a diventare adulto, trasformò il dolore e la rabbia in determinazione e forza mentale. Arrivò giovanissimo a Milanello per non andarsene più. Di fatto il Milan divenne la sua famiglia, lo accolse, gli diede stabilità e consapevolezza: «Ho perso mia madre e mio padre quando ero ancora adolescente e il Milan mi ha accolto, ha dato un senso a tutto.» Partito come Piscinin esordisce in Serie A a 17 anni, campione annunciato, si trasformò presto in Il Capitano.

perché dopo un Milan-Napoli chiese la maglia a Franco e se la infilò subito a centrocampo, prima di raggiungere gli spogliatoi. Raggiunto a bordocampo da un giornalista dichiarò: «Questa è di un grandissimo giocatore. Io penso che Franco Baresi sia il massimo come difensore e questo è un ricordo che mi porterò per tutta la vita.»


