Squali tra i rottami: Deep Water – Incubo dagli abissi di Renny Harlin

Dall’alto dei cieli alla profondità degli abissi, l’angoscia si veste di blu e gioca le sue carte sulla verticale delle paure da volo e galleggiamento: Renny Harlin, che tra Cliffhanger e Blu profondo ha già testato altitudini e affioramenti marini, torna con Deep Water – Incubo dagli abissi a dar vita alla sharksploitation rinvigorita più di dieci anni fa dal divertente Shark 3D, di cui questo è il seguito ideale. Stavolta gli squali non pasteggiano con gli umani tra gli scaffali di un supermercato, ma restano in alto mare, cibandosi dei sopravvissuti di un disastro aereo. Il rimando è alla tragedia del volo della Malaysia Airlines decollato da Kuala Lampur e mai giunto a destinazione, di cui si rinvennero le macerie ma non i resti di un solo passeggero. L’assetto però è tutt’altro che cronachistico, siamo in pieno territorio da disaster movie, la matrice di partenza è un classico del calibro di Airport, con l’intreccio di vite e destini di passeggeri, bimbi e anziani, coppie e famiglie, personale di cabina e comandanti, tutti uniti dal tragico destino che li aspetta.

 

 
Il disastro aereo sul volo da Los Angeles a Shanghai arriva puntuale, procurato dal passeggero (americano, volgare, stupido e cafone come non mai: è Angus Sampson) che mette in valigia cellulare e caricabatterie in corto e provoca un incendio in stiva. L’ammaraggio di fortuna che il comandante Ben Kingsley e il suo secondo Aaron Eckart riescono a fare è in realtà poco fortunato, non solo perché l’aereo va in pezzi, ma anche perché i resti finiscono in un’area infestata da squali che pasteggiano coi superstiti. Nonostante le peripezie e gli atti di coraggio di qualcuno, i drammi umani sono precotti, ma senza andare per il sottile si assiste a anziane nonne generose incastrate sott’acqua, bimbi autistici che tentano la sopravvivenza, assistenti di volo con spirito di sacrificio. Ben Kingsley lascia il campo a Eckart, che in qualche modo governa la sopravvivenza dei passeggeri ammarati.

 

 
L’assetto è grossolano, si procede per accumulo di luoghi comuni e attitudini destre e maldestre dei caratteri chiamati in scena, a sorreggere un dramma ovviamente prevedibile. Manca l’idea spiazzante (come in Shark 3D il supermarket trasformato in territorio di caccia per lo squalo portato dallo tsunami…). ma non è il caso di stigmatizzare il “già visto”, giacché siamo in territorio disaster movie, che come pochi lavora proprio sull’ineluttabilità e dunque sulla prevedibilità della tragedia incombente e sulla natura sacrificale dei caratteri. Deep Water non rinuncia a nulla di tutto ciò e la regia di Renny Harlin ne è una conseguenza diretta. La coralità insiste sulla scena orizzontale garantita dallo spicchio d’acqua, mentre il film incide la raffigurazione di una umanità alle prese con la propria pochezza. Null’altro c’è da aggiungere.