Figli, di Mattia Torre e Giuseppe Bonito, la commedia diversamente divertente cresce e si moltiplica

Il film scritto e ideato da Mattia Torre la cui prematura scomparsa ha impedito che fosse egli stesso a dirigerlo, è stato affidato alla regia di Giuseppe Bonito (Pulce non c’è) che, nel rispetto della scrittura di Torre, carica di un’amara ironia, mantiene il film all’interno di quelle coordinate originarie dentro le quali era stato ideato. Avevamo conosciuto il pensiero ironico, ma sempre asciutto e disincantato di Torre attraverso la scrittura di Boris, la divertente serie televisiva che ha raccolto unanimi consensi anche per una scrittura che attraverso una non banale ironia guardava con affetto e partecipazione al mondo dello spettacolo e, successivamente con La linea verticale la fiction mandata in onda dalla RAI che ad una originalità di impianto generale, accompagnava anche una peculiarità scenografica che si adattava con coerente ideazione allo svolgersi del racconto. La partecipazione attoriale, ma anche emotiva di Mastandrea, in quest’ultima serie TV, costituiva un valore aggiunto alla storia e alla riuscita dell’operazione che si attesta sicuramente come tra le più autentiche e meglio ideate, nel genere, di questi ultimi anni. La malattia che Mattia Torre ha raccontato in quel lavoro, è la stessa che lo ha sottratto alla vita sottraendo anche il suo talento indubbio nel panorama cinematografico e televisivo. Ci restano quindi questi reperti, e non sono pochi, per confermare le qualità artistiche di Torre, quelle qualità che traspaiono anche in Figli che può dirsi, salvo benvenute smentite, la sua ultima creatura.

 

 

È interessante notare come la riflessione sulla coppia, in questi ultimi anni al cinema – ma in parte anche in TV – si sia centrata attorno al tema della genitorialità, nel confronto dei genitori rispetto al loro ruolo e della loro (in)adeguatezza a ricoprirlo, in ragione delle responsabilità che comporta e delle prospettive che il ruolo stesso determina. Tanto per citare alcuni titoli: Mamma o papà? e Come un gatto in tangenziale entrambi di Riccardo Milani, Ti presento Sofia di Guido Chiesa, ma già nel passato Genitori & figli: agitare bene prima dell’uso (2010) di Giovanni Veronesi e Buongiorno papà (2013) di Edoardo Leo. Sono solo alcuni, i primi venuti in mente, di quel cinema che racconta, nel trattare il tema intergenerazionale e dei rapporti familiari, della sostanziale impreparazione a svolgere uno dei mestieri più difficili del mondo, un mestiere senza regole e protocolli che rifiuta quindi, insegnamenti e dissertazioni. Tutto questo cinema, compreso Figli, che scandaglia, con toni e registri differenti, ma unificati da un desiderio di provare a sorridere dei conflitti aperti e a volte insanabili che si aprono dentro le famiglie, ci viene dritto dalla nostra (italiana) competenza in materia di commedia. Una cosa che, come altre, ci viene abbastanza bene, meglio che in altri luoghi, di cui si abusa, a volte, ma che tutto sommato sappiamo reinventare con piccoli accorgimenti che fanno deragliare la commedia – dove si dicono come da regola aurea – cose serissime, verso un registro leggermente più drammatico che il suo involucro brillante sa dissimulare infiocchettando, invece, un piccolo dramma. Figli, di Torre e Bonito, appartiene a questo genere di operazioni e, tenuto conto del pregresso lavoro del suo autore, la deduzione è credibile e soprattutto è riuscita la mai semplice commistione tra dramma e commedia, tra serio e faceto, tra realtà e surrealtà.

 

 

Figli parte come una commedia e poi lentamente viene fuori il dramma, quello di una coppia alle prese con un figlio da crescere e le ansie e le paure di una genitorialità alla quale non si è adeguati e il logorio quotidiano crea le crepe, le microfratture nella coppia che si allargano rischiando di diventare profonde e inarrestabili. Il film lavora su queste paure, ma anche e inevitabilmente sulla paura di invecchiare, del resto è tratto dal monologo di Mattia Torre I figli invecchiano, nel senso che ad invecchiare sono i genitori con il rischio di restare ancora di più del tutto fuori misura per i figli. Una condizione che diventa personale e ossessiva e non servono i pediatri-guru e non vi è alcuna ricetta risolutiva. Compare, in questa ansia da prestazione e in questo labirinto che diventa la genitorialità, nel mondo solitario del film, la sottile, insinuante e inattesa follia che si materializza con i frequenti salti giù dalla finestra che traducono l’impossibilità di qualsiasi parola, di qualsiasi altra spiegazione, di qualsiasi logica e razionale soluzione. Sarà lo sguardo che sa fare transitare una storia personale, verso una direzione collettiva, sarà forse la complicità dello spettatore che compie da solo un percorso che è solo sottilmente reso nel film, ma Figli, pur nella sua confezione falsamente leggera e brillante, sa guardare ad una delle origini di un pessimismo collettivo più che evidente. Una sfiducia che nasce dalla solitudine endemica che accompagna tutti, dalle giovani coppie agli anziani. Nicola e Sara, che hanno i volti di Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi, sono soli e i siparietti girati nello studio spoglio e disadorno, quasi come fossero sogni o meglio incubi, aumentano il senso complessivo di una conclamata solitudine che non si risolve con baby sitter improvvisate che possano concedere qualche ora di presunto svago e invece subissate dai sensi di colpa dell’abbandono. Sara e Nicola sono una coppia senza più amici, l’unico, interpretato da Stefano Fresi, al bisogno si nega senza troppi complimenti; i genitori, in età, rivendicano una loro autonomia e nonostante colpevolizzati per essersi mangiati tutto come Sara rinfaccia a sua madre, restano assenti e non collaborativi. Non è quindi un problema di Sara e Nicola, ma una questione un po’ più complessa che tutti ci riguarda.

 

 

Ci pare quindi che l’ambizione del film sia quella di coniugare questi due livelli di lettura della condizione familiare. Da una parte un livello personale, ristretto nell’ambito di quel rapporto di coppia che diventa difficile e pieno di rivendicazioni quando la famiglia cresce e dall’altra il livello collettivo, nella cui assenza si annida la solitudine inguaribile che diventa malattia sociale. L’unificazione di questi temi è sottolineata da una marcata originalità formale che sembra procedere per strappi e dense sintesi, ribadendo, nella forma, l’interrotta linearità della logica narrativa come avviene in un racconto riferito, Figli diventa quasi la confessione di una incapacità, ma anche la caparbia volontà di continuare e di proliferare, nonostante tutto. Figli quindi, con il suo originale impianto, con un pessimismo anche esibito, mette insieme tutte queste cose e nonostante tutto lo si definisce una commedia, lo sarà sicuramente, o forse ci stiamo abituando ad una commedia diversamente divertente.